Dal Sud Africa al Canada, il percorso di consapevolezza di un’insegnante che ha portato dentro la scuola pubblica la “disobbedienza civile” per ripensare l’educazione.
Con la prima edizione del convegno “Tutta un’altra scuola”, coordinato da Terra Nuova, abbiamo iniziato un percorso che ha lo scopo di scoprire, raccontare, mettere in rete le esperienze educative che in Italia e nel mondo stanno facendo la differenza. Sulla rivista e sul sito www.tuttaunaltrascuola.it il progetto continua a vivere e a crescere…in attesa dell’edizione 2016. Ciò che vi offriamo sono spunti di riflessione, esperienze, informazioni e storie che possono far nascere nuove idee e far germogliare nuovi semi.
Nell’ottica di alimentare il confronto e di “seminare” conoscenza dopo la prima edizione del convegno “Tutta un’altra scuola” tenutosi nel settembre scorso, ecco che vogliamo approfondire proposte educative che in Italia o nel mondo stanno facendo la differenza. Lizanne Foster è sicuramente una delle voci che incarnano una nuova visione della scuola e la spinta al cambiamento per rispondere meglio alle esigenze di bambini e ragazzi. Di origini sudafricane, insegna in Canada agli adolescenti e porta avanti un approccio che vede un’adesione intelligente ai programmi ufficiali con “disubbidienze” mirate per aggirarne i limiti; Lizanne adotta strategie didattiche che promuovono le abilità di pensiero degli studenti, l’esperienza diretta, la risoluzione dei problemi e la dimensione collaborativa, è anche una grande sostenitrice del ruolo della scuola pubblica. Ha conquistato notorietà con una lettera aperta indirizzata agli studenti e pubblicata sul blog che tiene per Huffington Post Canada, nella quale chiede “scusa” per gli errori e i limiti di docenti e scuola.
Lizanne, com’è la scuola che immagini?
Nella scuola che immagino gli insegnanti dovrebbero integrare diversi approcci: va bene l’insegnamento frontale, ma è necessario anche consigliare, facilitare e soprattutto mantenere un dibattito con i giovani studenti, assecondando il loro bisogno di sperimentare, dialogare, discutere. C’è, sì, bisogno di un luogo dove si insegni a leggere, scrivere e a fare i conti; ma nell’adolescenza gli alunni non necessitano solo di contenuti, hanno semmai bisogno della saggezza dell’esperienza, di considerare diversi punti di vista, conoscere la storia delle cose, la causa, il perché. E sono tutti diversi tra loro. I ragazzi hanno bisogno di sperimentare manualmente, lasciamoli fare, lasciamoli scoprire, facendo in modo che la loro creatività metta in moto la loro mente, perché hanno menti incredibili. Vedono la realtà diversamente perché sono venuti al mondo con nuovi occhi; allora lasciamo che dicano cosa vedono. Noi abbiamo occhi vecchi, guardiamo le stesse cose ma non ci facciamo più domande. Poi arrivano loro e ti chiedono: “Perché questa cosa è così?”. Bene, rispettiamo la loro curiosità. Con i bambini piccoli provare a rispondere ci viene naturale ma poi, improvvisamente, quando a 16 anni ci chiedono il perché delle cose, diciamo loro di tacere.
Forse perché non sempre conosciamo la risposta?
Esattamente. Magari basterebbe rispondere: “Non lo so, scopriamolo insieme!”.
Cosa riesci a mettere in pratica nella tua classe?
Io sono fortunata perché nella scuola in cui insegno è previsto un unico insegnante per una classe di venti studenti e io sono l’unica per tutto il semestre. Durante questo periodo i ragazzi fanno anche delle esperienze lavorative all’esterno. Lavorano per tre settimane, poi tornano e parliamo di quello che hanno imparato e cosa hanno capito. Penso che quest’idea sia centrale, i ragazzi possono provare qualcosa che non deve essere il loro destino. Prendono consapevolezza di sé, è un approccio fondamentale perché generalmente non permettiamo ai ragazzi di conoscersi, siamo noi a dir loro come dovrebbero essere. Ma come fai a capire dove sono le tue ali, cosa puoi fare, se devi solo stare seduto?
Ti ispiri a qualche modello di insegnamento particolare?
Più che altro mi ispiro a una filosofia, a un’idea. Spesso gli insegnanti si aggiornano sui nuovi modelli, le nuove pedagogie, ma quello che spesso manca è una dimensione filosofica che li sostenga. Per riformare l’insegnamento è necessario un cambiamento nel pensiero che hai di te stesso e degli altri. Ed è difficile. Molto più facile è cambiare i banchi o la disposizione della classe, che fare degli spostamenti dentro di noi. La filosofia che personalmente mi guida è: pensare sempre. Rifletto continuamente e mi domando: come sarà quella persona come cittadino, come adulto? Come può quello che insegno essere rilevante per la sua vita, affinché possa portarlo con sé fuori dalla classe? L’educazione non è fatta per essere un fine, questo ce lo dimentichiamo troppo spesso; deve essere un mezzo, qualcosa di cui abbiamo bisogno per diventare cittadini.
Una vera sfida per la scuola pubblica.
Sì, è difficile. Ho passato gran parte della mia carriera a piangere. Molto spesso vengo attaccata dagli stessi insegnanti. Sono stata accusata di “allevare ribelli” e di stare sempre dalla parte degli studenti. Ho avuto la fortuna di contare su dirigenti che hanno supportato il mio lavoro pur non comprendendolo fino in fondo, anche quando i genitori hanno chiesto spiegazioni sul perché i loro figli ballano o fanno il pisolino in classe. Io non penso di fare qualcosa che gli altri non potrebbero fare.
Veniamo alla lettera, che tanta eco ha avuto. Perché un’insegnante deve chiedere scusa? Non dovrebbero farlo i politici?
I politici dovrebbero scusarsi ma non lo fanno. Ho sentito di dovermi scusare perché mi sentivo una sorta di “collaborazionista”. Io rappresento un sistema che so essere non giusto, ma allo stesso tempo devo starci dentro.
La videointervista di Tutta Un’altra Scuola (realizzata da Martina Rafanelli)
Una sorta di contraddizione?
Sì, mi sento come se tradissi me stessa. Mi sono sempre scusata con gli studenti, ho sempre detto: “Mi dispiace dover fare questo, ma funziona così, dobbiamo farlo, superiamolo insieme”. Principalmente mi scuso per le cose che sono costretti a fare. Pensa a un diciassettenne che mi chiede di poter uscire dalla classe per fare pipì. Sta per prendere la patente, può lavorare, ma deve chiedermi il permesso per andare in bagno. È ridicolo!
Hai ricevuto moltissime lettere di risposta, anche da studenti italiani. Cosa hai pensato?
Ero così sorpresa! Ho ricevuto messaggi di ringraziamento che mi hanno davvero toccato il cuore, perché sapevo che chi li aveva scritti aveva impiegato del tempo per farlo, aveva dovuto pensarci.
Com’è stato essere una studentessa in Sud Africa nel periodo dell’Apartheid?
In Sud Africa c’erano quattro livelli sociali. Il governo spendeva 41 Rand (moneta sudafricana, n.d.r.) per l’educazione di ogni bambino aborigeno, 134 Rand per le etnie miste di cui facevo parte, 234 Rand per ogni bambino asiatico, e 600 Rand per ogni bianco. Non c’era scelta, il nostro percorso era già deciso dal governo. Se andavi a scuola potevi diventare solo un assistente sociale o un’insegnante o un avvocato o un medico o un’infermiera. Se eri una persona nera avevi dei limiti anche in questo. Io fortunatamente sono cresciuta in una famiglia in cui mio padre era un medico, era una persona di cultura, e io avevo accesso ai libri e alla lettura. Anche se andavo in una scuola in cui non c’era niente e le classi erano sovraffollate, il mio vero apprendimento avveniva a casa.
Più tardi hai deciso di diventare un’insegnante. Com’è successo?
Adoro questa storia! Ero a far visita a una mia amica, ancora non mi ero laureata, le squillò il telefono e iniziò a parlare con una persona e alla fine disse “no, ma Lizanne potrebbe farlo”, passandomi il telefono. La persona era un dirigente scolastico e mi stava offrendo un lavoro da insegnante. Era come vincere la lotteria, le persone di colore non riuscivano a ottenere un lavoro così facilmente. Quindi risposi di sì. In classe c’erano 35 bambini di 8 anni e io non avevo idea di cosa fare. L’insegnante della classe accanto picchiava i bambini tutto il tempo e voleva che io insegnassi come lei. Poi mi sono laureata e ho continuato con la scuola per diventare insegnante, che era terribile perché ci educavano a questa visione oppressiva, a controllare le idee e i pensieri. Ma ho sopportato con l’obiettivo di avere poi un lavoro. Ho insegnato in scuole in cui non mi piaceva quello che facevano i dirigenti e quello che succedeva nelle classi, provavo sempre a fare qualcosa di diverso, ed è stato solo nella quarta scuola che ho incontrato un dirigente scolastico radicalmente diverso da ogni altro. Lui è la ragione per cui continuo a insegnare oggi.
Cosa è avvenuto in Canada dopo il taglio dei finanziamenti alla scuola pubblica?
Chi ne paga di più le conseguenze sono gli studenti, specialmente quelli con disturbi dell’apprendimento, che avrebbero bisogno di un sostegno nella classe. Lo scorso anno abbiamo avuto un periodo estremamente difficile, ci hanno attaccati su tutti i livelli. E l’unico modo in cui siamo sopravvissuti è stato costruendo relazioni con i genitori.
Quindi i genitori sono dalla vostra parte?
Sì, ma non da subito. Abbiamo dovuto parlare con loro e raccontagli la nostra versione della storia. E ora anche loro sono molto più attivi. C’è bisogno di costruire relazioni e non c’è un modo facile, non basta schioccare le dita. Le persone devono rendersi vulnerabili, oneste e coraggiose. Se non è così, niente cambia.
La tenacia, la determinazione, la passione e l’intelligenza di Lizanne sono caratteristiche presenti in moltissimi insegnanti anche della scuola italiana, spesso però soffocati dentro un sistema che non lascia spazio alla “disobbedienza intelligente”.
Belle le parole di Gianni Marconato, psicologo, da sempre impegnato nel mondo della formazione e dell’istruzione: «Insegnamento come atto sovversivo,questa è la prospettiva che dovremo assumere. Sovvertire la cultura che sta portando allo sfacelo la scuola pubblica, sovvertire il modello culturale che vorrebbe la scuola come produttrice di teste tutte uguali e dal pensiero unico, sovvertire il modello sociale ed economico che ci vede come produttori e consumatori e non come persone».
di Martina Rafanelli