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Anna Rosa: «Di scuola meglio non parlare»

Pubblicato il 9 febbraio 2016 0

Anna Rosa Balducci è un’insegnante riminese che vuole parlare di creatività senza farne “programma scolastico”, ma mantenendola un patrimonio da condividere.

Diamo voce alle parole che Anna Rosa Balducci ha scritto per Tutta un’altra scuola.

«Di scuola vorrei non parlare più, almeno per molto tempo, ma una occasione come questa, così spontanea, mi “costringe” a dire qualcosa. In realtà, ad essere una ‘professoressa’ come Dio comanda dovrei articolare la narrazione di esperienze e riflessioni, materiale raccolto e ricordi in una sorta di ‘trattato’ organico. Ma  avverto un rischio: trasformare anche il tema della creatività in un capitolo di programma scolastico. Come potrebbe tranquillamente accadere, per uno di quegli strani giochi ipnotici per cui a scuola tutto si trasforma, scriverei ‘di come imporre schemi creativi in una scuola obsoleta’. In qualche cassetto ne ho di progetti simili. Va da sé che in quarant’anni e passa a scuola ne ho viste. Governi che cambiano, circolari che circolano, presidi che si alternano, fino alla cosiddetta ‘autonomia’: dirigenti manager, scuola-azienda, schemi produttivistici, buone amicizie e persone da evitare, bidelli controllori e colleghi inaciditi. Cose a tutti note. Qui non sto a ripercorrere retoriche, nel vasto pelago ci sono esperienze differenziate,  talvolta virtuose, sentori del futuro, gente perbene. Non faccio analisi, butto là solo qualcosa. Vogliamo parlare di creatività? Sempre nel 2003 creai un Premio di poesia e prosa breve per gli istituti di Rimini. Quanti tentativi: laboratori di scrittura, gare di lettura, biblioteche di classe, laboratori di storia. A lato, l’ufficialità del mestiere: riunioni per materie, collegi, la sala insegnanti, le scartoffie, i registri, le solite frasi nei consigli di classe, demenziali. Diciamo che per una sorta di rotta di collisione tra i due mondi, il mio esserci, la vita con i ragazzi contro l’impalcatura, esco con le ossa rotte. Per fortuna con buone occasioni di recupero. L’ esperienzaccia di questi ultimi dieci anni ha significato una sorta di quotidiana umiliazione di tutto il mio vissuto, che di contro andava consolidandosi di intuizioni ed apporti. Mi sono trovata in un istituto per geometri in fase deflessiva e qui ho avuto del bello e del balduccibuono, diciamo che la chimica tra me e l’ambiente ha funzionato male. A questo aggiungiamo la pensione negata, la crisi, lo scombussolamento a tutti noto. Annata tartassata, l’annata ’52. E così si è dovuto ‘resistere’. Quello che contava era ‘tenere’ i ragazzi, i bravi insegnanti li ‘tenevano’. E anche, voce del verbo ‘obbedire’: quello che conta è dire sempre sì ad ogni comando, discutere poco, ironizzare ancor meno. Il regno del pensiero unico inizia qui, ogni mattina. E voce del verbo compilare: il giudizio sulla professionalità avviene sulla capacità di compilazione delle scartoffie, a posto quelle a posto il mondo intero. E ancora, voce del verbo barare: quante balle ho sentito raccontare ai ragazzi, sul tema scottante dell’orientamento, per esempio. Piuttosto che allenare il loro cervello ad una autonomia creativa, era preferibile incanalarli in ‘fiction’ pseudo rassicuranti, della serie: “troverete lavoro se..”. Eccetera: la sintesi è che, ringrazio il cielo, a 64 anni, di avere ancora una mente pensante. Vorrei essere in grado di ridere con i miei nipoti, di raccontare loro delle storie, di invecchiare con dignità ma con buoni pensieri. Ma per favore, non chiamatemi prof. Guarderei dietro le mie spalle per cercare un viso ammuffito, assente ormai di cuore, privo di fantasia e carico di paure e di fissazioni».
In fotografia i libri di Anna Rosa Balducci e una piccola antologia che ha curato per un istituto tecnico per il turismo nel 2003 su temi di pace e di guerra.balducci_pineta di ravenna 29 sett 07 222-1

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