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Sinestesia e arte nei linguaggi dell’infanzia

Pubblicato il 29 marzo 2016 0

I bambini spesso rinunciano ai loro “perché?” a favore dell’apprendimento nozionistico e delle certezze di libri scolastici e adulti. Come risvegliare in loro le domande?

Quei “perché?” sopiti chiedono risposte che risiedono nell’esperienza del loro corpo sensoriale, che si esprime principalmente attraverso i linguaggi non verbali, in una vera e propria contact-dance con il mondo; un dialogo che inizia nel periodo prenatale con il grembo materno e continua, allargandosi a tutti gli altri esseri, ben oltre il momento in cui avviene l’acquisizione del linguaggio verbale. Nel valicare con grande semplicità e spregiudicatezza i muri eretti dall’intelletto per delimitare gli ambiti della conoscenza, i bambini non sembrano così interessati a frammentare i saperi e le competenze, ma anzi, sentendone fortemente l’unitarietà e l’intimo collegamento, possono mostrare la via per tornare, anche noi adulti, ad essere poliglotti della vita, capaci di intendere i tanti lessici che abbiamo dimenticato, le lingue perdute nei dedalici meandri della logica. Nel bambino,nell’handicappato e nell’artista emerge in maniera più esplosiva il potere analogico dell’emisfero destro del cervello, un potere spesso temuto, considerato folle, scomodo, destabilizzante. Quando lo scarto tra la percezione adulta/razionale e quella bambina/divergente non si integra in maniera armonica, si crea ciò che Arno Stern definisce “la collisione tra il razionalismo ignorante dell’adulto e la realtà pura del bambino”.

La pelle è un occhio che assorbe il mondo

Il bambino è naturalmente un essere interdisciplinare. Attraverso i suoi gesti prende, ap-prende, com-prende, pre-tende, at-tende, si pro-tende, si es-tende, ri-membra, afferra, maneggia, mima, incorpora, tasta, fa esercizio instancabile di montaggio e smontaggio della realtà. Questa tattilità dinamica è tra le poche cose che al bambino occorrono, e di cui è naturalmente dotato, per apprendere ed essere felice. La nostra epidermide, come la pelle del tamburo, è ciò che ci permette di con-vibrare con l’esterno, bere i suoni attraverso i pori, far risuonare il nostro corpo insieme agli altri. I pori sono piccoli occhi, orecchie, narici e bocche che ci permettono di sentire a pelle, ingerendo una miriade di microscopici bocconi multisensoriali. In maniera tanto sottile quanto prodigiosa, i pori permettono ai ciechi di vedere, ai sordi di sentire e ai muti di parlare. Così la pelle agisce come una sorta di unificatore dei sensi e nella storia dell’evoluzione della specie umana ha perso il pelo perché la qualità del contatto è ciò che più ha determinato la sua sopravvivenza. La pelle è organo primario e diffuso di percezione e fa da intermediario osmotico tra mondo interiore e mondo esterno. Il tatto determina la percezione dell’esistenza corporea: le parti del corpo colpite da paralisi, perdendo la sensibilità tattile, perdono totalmente la possibilità di propriocezione. Il tatto è tutto, ed è fondamentale al punto da essere spesso dato per scontato e tralasciato in molti contesti educativi.

L’orecchio in tutti i sensi

La corrispondenza del termine spagnolo “tocar” con la parola italiana “suonare” suggerisce che lo strumento musicale è simbolo del corpo umano inteso come cassa di risonanza che in maniera spontanea consuona emotivamente col mondo vibrazionale in cui è immerso. E ancora, non a caso nella terminologia musicale si utilizza la parola “tactus” per indicare la pulsazione ritmica. Già dalla vita in utero viviamo un’esperienza di musicalità continua: corpo della madre e corpo del bambino sono due ritmi che suonano e ri-suonano in una jam session costante. Si tratta di un’avventura sensoriale-emotiva senza sosta: il feto viene plasmato dalle emozioni della madre e le im-pressioni prenatali sono immagini tattili che si im-primono sul corpo su cui si fissano punti, linee, macchie, superfici, scie e sfumature di contatto in movimento. La creatura nell’utero è specializzata nel sentire corporeo; il suo sistema nervoso si forma sulla base di questo contatto ritmico, dinamico, plastico, musicale, avvolgente, danzato, integrale con l’interno del corpo della madre. La vita dentro il caldo ambiente uterino è così: ogni necessità fisiologica è soddisfatta non appena si presenta, il contatto è continuo, la musica è in dolby surround, il cuore-tamburo della madre dà il ritmo di fondo, la simbiosi con l’ambiente fisico, psichico ed emotivo della madre è totale, nel bene e nel male.

Il corpo, matrice e crogiuolo

Il corpo diviene così luogo di simboli, veicolo dell’energia vitale e tutti i segni che ne provengono risalgono e danno forma alle funzioni bioenergetiche. Per corpo intendiamo non un’entità distinta e opposta all’anima (o spirito) ma un aspetto o manifestazione dell’unità psicofisica che è l’essere umano, particolarmente evidente nei bambini. Nella forma visibile del corpo noi traduciamo ciò che siamo, come pensiamo, come sentiamo e come agiamo, compresi i sogni, gli stati alterati di coscienza, le allucinazioni, gli arti fantasma in caso di amputazioni. Ciascuno, in rapporto all’incorporarsi della propria storia, porta sul proprio corpo i segni di ogni conflitto affettivo e di ogni emozione nella muscolatura, nelle deformazioni, nelle pieghe e nella postura, in tutti i sintomi; il corpo diviene quindi immagine della direzione e dei blocchi del flusso energetico. Il corpo sa e custodisce il senso dei propri segni, sia pure inconsciamente.

I linguaggi dell’infanzia

I bambini hanno bisogno di far propria la cultura, ma ancor di più hanno bisogno di fare cultura propria. Una cultura prodotta direttamente dai loro giochi di sensualità e avventura. C’è una sorta di accanimento nel tentativo adulto di raggiungere il bambino attraverso il linguaggio verbale nei suoi primi anni di vita, negando nella quotidianità il suo mondo animista, la sua “non-logica” contemplativa. L’antropologo Marcel Jousse considera i gesti corporei come dei mattoni con cui il bambino, attraverso il gioco spontaneo, fino a oltre l’adolescenza, costruisce la propria intelligenza a cominciare dalle fondamenta. Jousse ha coniato il termine “mimema” che, a differenza del fonema, viene da lui considerato l’unità di misura del pensiero; egli scrive che “l’uomo, attraverso il mimema elabora la sua prima espressione che è dunque non ciò che è stato chiamato il linguaggio ma il mimaggio”. Lo psicologo statunitense Albert Mehrabian in una ricerca degli anni ’70 ha determinato il peso rispettivo dei tre fondamentali codici nella comunicazione umana:

7% il verbale, la parola;

38% il tono, le inflessioni, le esclamazioni, le pause, il ritmo, le cadenze;

55%il non verbale, la mimica, la gestualità, la postura, la prossemica.

Nel bambino quel 7% si riduce progressivamente quanto più ci avviciniamo a ritroso alla nascita e al concepimento. I bambini talvolta ci danno la possibilità di trascorrere tempo con loro senza doverlo riempire con le parole. Finalmente il silenzio non è così imbarazzante come tra adulti.

Tuttavia è anche bello usare il linguaggio più appropriato ed attento possibile, rivolgendoci ad un bambino, anche molto prima che dimostri di comprendere razionalmente il significato delle parole; è un allenamento a considerare il bambino come persona a partire dal suo concepimento.

Arte per bambini o arte dei bambini?

È entusiasmante permettere ai bambini di nutrirsi il più possibile di condivisione artistica e artigianale; loro sono ghiotti di canti, scultura, danze, poesia, pittura, primitività, sensorialità, celebrazione, associazioni di pensiero libere e surreali. I bambini, ad esempio, fruiscono della musica per rafforzare il proprio stato di coscienza estatico, per estendere il proprio corpo oltre i suoi confini con danze ipnotiche e apparentemente inarticolate, per dare voce al proprio giardino segreto, per giocare con rimbombi, suoni, trilli e nenie del proprio immaginario. Si crede che i bambini non siano capaci di apprezzare opere d’arte; laddove si verifica un disinteresse all’arte sotto forma di spiegazioni teoriche o approcci museali, il motivo risiede in una certa diffidenza a tutto ciò che si deve fare senza poter toccare con mano. Importante è che l’arte confezionata per i bambini non abbia le caratteristiche di un’arte minore, di qualità ridotta, come mero intrattenimento, ma che faccia parte del tessuto sociale e della ritualità della vita adulta. Al contrario, nei contesti educativi spesso gli adulti non hanno un’esperienza intima con i linguaggi artistici, ma li usano più che altro per “normalizzare” o tenere occupati i bambini, producendo i tanto amati “lavoretti”, e non per inondare ogni ambiente con il potere analogico, trasformativo e terapeutico della traccia espressiva.

Ritorno all’unità: la sinestesia

“La sinestesia”, dice Stefania Guerra Lisi, “come potenziale umano primario, articola e fonda l’interdipendenza dei sensi e la possibilità di tradurre tutti i linguaggi gli uni negli altri”. Ogni percezione sensoriale, insomma, evoca involontariamente e simultaneamente sensazioni appartenenti ad altre sfere sensoriali. Un’arte nutre l’altra, così diventa possibile poetare una musica, musicare una danza, danzare un disegno, disegnare un testo, scrivere un gesto… Ai bambini risulta estremamente facile!

È nella relazione segreta tra ritmo, immagine, matematica, poesia, arti, lettere, scienze, religioni, filosofie e ordine cosmico che si cela lo scopo del sapere, che, in definitiva, altro non è che quello di ricondurre l’essere umano alla propria unità esistenziale.

www.disimparando.com

di Igor Niego e Debora T. Stenta

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