«Il modello educativo, nella sua versione più tradizionale e ancora largamente diffusa, rinchiude le anime in spazi angusti».
Riportiamo qui una riflessione proposta da Elena Guidi, già docente di scuola superiore a San Marino.
«L’istituzione scolastica della nostra epoca è pensata su base istruttiva (Ministero della Pubblica Istruzione) ed è indubitabilmente propedeutica e funzionale all’inserimento dei giovani esseri umani nella società degli adulti, il che in un certo senso parrebbe ovvio e sacrosanto da che mondo è mondo. Ma nel momento in cui si diventa consapevoli del fatto che la nostra attuale “società degli adulti” somiglia in maniera inquietante ad un esercito di dormienti, la faccenda acquista una luce diversa.
“L’educazione profana dei nostri giorni – quella che io amo chiamare edu-castrazione – è un’operazione dolorosa che viene inferta giorno dopo giorno alla psicologia del bambino. La scuola e la famiglia edificano in lui, fin dai primi anni, una mentalità da esecutore obbediente che gli renderà più sopportabili le otto ore di lavoro da adulto”. (S. Brizzi)
Il sistema economico vigente del produci-consuma-muori ha bisogno, per sopravvivere, di essere nutrito e quindi di poter contare su una folta schiera di utenti. Necessita di menti omologate e sottomesse all’autorità e di comportamenti prevedibili, in modo che quando un ordine giunge dall’alto – sotto forma di atto legislativo o di consiglio per gli acquisti – questo venga eseguito senza troppe obiezioni, poiché un numero elevato di schegge impazzite sarebbe ingestibile per il sistema stesso.
Il modello educativo, nella sua versione più tradizionale e ancora largamente diffusa, mira appunto a mantenere questo stato di cose, prendendo in mano velocemente le anime in arrivo, rinchiudendole in spazi angusti, precludendo loro il movimento, sbilanciando lo sviluppo degli emisferi, in-struendo (quindi versando) nelle loro teste nozioni spesso nemmeno aggiornate, pretendendo che tutte si formino allo stesso modo e prevedendo punizioni e disapprovazione sociale per chi non si adegua. Creando oltretutto, tramite l’assegnazione del “voto” fin dalla tenera età, una deleteria associazione mentale tra l’apprendere, il performare e il riceverne in cambio uno zuccherino o una nerbata, meccanismo artificiale e stressante che va ad uccidere quella innata propulsione che spingerebbe l’essere umano ad imparare per istinto, necessità e piacere.
“Educare non è versare acqua in un secchio ma accendere un fuoco”. (William B. Yeats)
E-ducare significa tirar fuori, non mettere dentro. E’ il movimento inverso a quello dell’in-struire e presuppone una diversa visione dell’essere umano, come individuo irripetibile che porta con sé già dalla nascita un patrimonio originale di doni. Noi operatori della scuola lo sappiamo (quasi) tutti nel nostro profondo, ma nella pratica continuiamo ad agire come se non lo sapessimo, salvo mettere eccezionalmente in atto tentativi individuali di “sovversione” che vanno però a riassorbirsi come onde anomale nel mare della routine degli adempimenti che ci vengono istituzionalmente richiesti. E così tradiamo quotidianamente la nostra missione primaria, quella di decostruire, togliere materia, soffiare sulla cenere per far ritrovare ad ognuno il proprio fuoco, il proprio talento, il contributo unico ed irripetibile che è venuto a portare e che non è uguale, ma complementare, a quello degli altri.
“L’errore di fondo sta nel fatto che noi generalmente crediamo di aver bisogno di essere educati, di educare i nostri bambini, quando in realtà abbiamo bisogno di essere diseducati: di uscire quanto più velocemente dalla gabbia che il modello di pensiero unico ha costruito su misura per noi”. (Luca Madiai, “La scuola all’incontrario”)
I nostri ragazzi sono tristi perché hanno disimparato a farsi domande; hanno percepito che il mondo e la realtà sono stati in qualche modo già classificati e che per tutto esiste una risposta preconfezionata e definitiva. Se dimostreranno di averla imparata a dovere, se dimostreranno respons-abilità, saranno premiati. I più sensibili si accorgono anche, magari solo a livello sottile, che tali risposte non esauriscono affatto il loro bisogno di verità, perché, come tutto ciò che è umano, esse sono parziali e temporanee, quando non faziose. In questa ottica, insegnare la domand-abilità, la capacità di porsi interrogativi, di mettere in discussione l’ovvio, il già noto, diventa l’aspetto essenziale. Mentre la risposta mette un punto, la domanda apre un mondo di possibilità e si fa trampolino per la domanda successiva. E’ la domanda, con il suo potere di far traballare le false certezze, che permette all’anima di cercare la sua via e, nel farlo, di entusiasmarsi e finalmente brillare. Senza contare che un individuo capace di porsi domande è un individuo meno manipolabile.
Se la scuola smettesse di produrre in serie giovani adulti rassegnati ad avere a che fare con una società che pre-esiste e non gli lascia scampo se non quello di essere più scaltri degli altri nel cavalcarne le regole, ed iniziasse invece ad immettere nel tessuto sociale giovani adulti addestrati a porsi continuamente domande su una realtà tutta da costruire intorno ai loro desideri più profondi, allora avverrebbe un ribaltamento sostanziale: non sarò più io a dovermi adeguare alla realtà, ma potrò far sì che la realtà si adegui a me. Ne conseguirebbe uno scardinamento del mainstream dominante e il sistema ne verrebbe fortemente intaccato, fino a rischiare il corto circuito; un rischio che il Grande Burattinaio ovviamente non può permettersi di correre, pena la perdita del suo dominio.
Ed è proprio qui che la partita diventa interessante, poiché potrebbe condurre – nella visione utopica che mi permetto di nutrire – al ribaltamento sostanziale dell’obbiettivo della scuola: da anello di congiunzione con il sistema vigente ad elemento di possibile discontinuità, ad opportunità di mettere in crisi (in crisi evolutiva!) il modello vigente.
Due strade concorreranno alla realizzazione di questo ambizioso fine: a quella già accennata della capacità di interrogarsi (spirito critico o domandabilità) si affianca necessariamente la via della conoscenza di sé, questione tutt’altro che scontata in un tempo in cui – come si diceva – il movimento del tirar fuori, viene troppo poco applicato, con la conseguenza che talenti, attitudini, desideri e aspirazioni rimangono perlopiù sopiti e ignoti all’anima.
Potremmo dunque riassumere in questo modo le “urgenze trasversali” di una scuola che voglia dirsi evolutiva:
- che i ragazzi vengano almeno parzialmente sollevati da un comprensibile stress che a volte vivono come insopportabile e che sempre più spesso li porta a subire la scuola come una forzatura ed una limitazione della propria vitalità, fisica e psicologica, che ruba spazio alla loro vita ed ai loro interessi, anziché espanderli;
- che la parola E-ducazione trovi nella scuola uno spazio sempre crescente e venga applicata nella sua autentica accezione, quella di liberare e valorizzare – piuttosto che soffocare o mortificare, come spesso purtroppo avviene – quello che già c’è dentro ad ognuno;
- che la “ricerca personale” diventi uno stile di vita già a partire dalla fase scolastica (ricercare vs credere);
- che la scuola inizi ad attivare percorsi di autoconoscenza, basati sulle tante diverse tecniche oggi rese disponibili da un numero sempre crescente di bravi operatori.
Tutto ciò sottende l’obiettivo ancora più ampio di evolvere verso un’umanità più consapevole e più libera».