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Il gioco nell’educazione esperienziale

Pubblicato il 27 luglio 2016 0

Il gioco è importante nell’educazione esperienziale, permette di apprendere e “crescere”. Ne parliamo con Christian Mancini.

Christian Mancini è experiential trainer in educazione esperienziale e terrà a “Tutta un’altra scuola” a Vaiano un seminario proprio in materia (QUI info e iscrizioni). Mancini spiega perché il gioco è molto importante in questo tipo di approccio.

«La maggiore parte dei giochi sono usati nell’animazione e invitano al divertimento fine a se stesso. Descritto in altre parole, direi: “Si gioca per giocare!”. Dall’altra parte il gioco può evolversi fino ad essere un potente strumento pedagogico e terapeutico (Ludo-Pedagogia & Psicoterapia). In genere il gioco – infantile o adulto, individuale o di gruppo – apre uno spazio di ricerca, sperimentazione e applicazione di strategie comportamentali rivolte al “Problem solving” e alla gestione delle dinamiche relazionali. Le azioni e reazioni, gli atteggiamenti utili sperimentati durante il gioco, possono essere trasformati e applicati anche in nuove situazioni della vita quotidiana. Questo processo nell’educazione esperienziale si chiama “Concettualizzazione e Transfert” ed è un processo fondamentale all’interno del ciclo dell’apprendimento esperienziale. La capacità di visualizzare obiettivi e nuovi stati d’animo è una tecnica frequentemente usata e può essere allenata come ogni altra abilità dell’essere umano. Attraverso un’adeguata pianificazione e preparazione delle attività, possiamo creare cornici, dimensioni tempo/spazio protetti e sicuri d’allenamento esperienziale per facilitare lo sviluppo e l’apprendimento di nuovi comportamenti utili all’individuo e al gruppo. Usando il gioco esperienziale possiamo affrontare gradualmente lo stress emotivo della prova e la frustrazione del fallimento della vita reale, perché in momenti troppo difficili esiste “il freno a mano” che riporta nella Foto due articoloconsapevolezza del gioco, e fa sì che anche la vita reale sia ridimensionata in una prospettiva diversa e meno drammatica».

«Oggi in ambiente educativo-terapeutico si gioca molto, ma ancora dieci anni fa la maggiore parte dei giochi proposti non mirava all’apprendimento di un valore etico-educativo da scoprire attraverso l’esperienza e l’osservazione riflessiva, ma si usava piuttosto per alleggerire le tensioni iniziali, creare una prima relazione di fiducia e improntare un semplice canale d’accesso all’utente. Questa funzione del gioco è ancora usata, naturalmente, in fase Warm-Up e “rompi ghiaccio”, ma il ruolo più sostanziale del gioco è un altro. Se vogliamo raggiungere specifici obiettivi pedagogici, diventa necessario porsi alcune domande e farsi un piano più strutturato, che segua un filo conduttore pedagogico in gradodi connettere tutte le azioni e metafore proposte. Non basta essere a conoscenza di un gioco cooperativo per lavorare sulla collaborazione e le dinamiche di gruppo. Ogni percorso dovrebbe sviluppare un valore educativo molto più alto della somma dei singoli giochi e storie proposte. Per questo motivo v’invito a pensare a delle cornici metaforiche: scrivete storie, usate la fantasia o orientatevi alla realtà, per invitare i partecipanti, non solo a mettersi in gioco, ma a coinvolgersi in un viaggio alla scoperta dei comportamenti umani. Ciò che ci interessa è ciò che siamo e come vogliamo diventare».

Domande utili per progettare un percorso di Outdoor Education

«Esiste un obiettivo primario educativo ben definito che vogliamo raggiungere? Ci sono altri obiettivi, secondari, terziari? Qual è l’esperienza del gruppo in merito alla formazione Non-Formale, dove si trova il gruppo e dove posso andare a recuperarlo? Quali limiti e risorse caratterizzano le prestazioni del gruppo? Quali dinamiche sono utili da far emergere e affrontare? Ci sono bisogni individuali nel gruppo? Ci sono particolari dettagli da tenere in considerazione (etnie e religioni differenti)? Ci sono particolari paure o altri atteggiamenti disfunzionali? Ci sono disabilità psico-motorie o altro? A quale livello d’impegno fisico possiamo arrivare (Attività Esperienziali Indoor o Outdoor)? La scelta è dell’educatore esperienziale, che si pone in stretto contatto con il richiedente dell’offerta esperienziale. Ugualmente è utile chiedersi: in quale periodo della giornata (mattina Foto tre articolo–pomeriggio –sera) iniziamo il percorso e quali azioni sono necessarie per la preparazione mentale, emotiva e fisica? Ci sono alternative alle azioni proposte e servono al meglio possibile per approfondire un concetto? C’è da scoprire qualcosa di nuovo? Dove sono i pericoli e quali sono i rischi all’interno delle attività pensate e del luogo d’azione? Abbiamo scelto bene la qualità e quantità del materiale necessario? Che cosa rimane da fare dopo le attività proposte? Come vogliamo riflettere sulle esperienze fatte? Abbiamo pensato ad un incontro Follow Up a distanza di tempo?».

La scelta degli strumenti

«Quali obiettivi cerchiamo di raggiungere attraverso un’attività proposta? A mio avviso questo è il punto più importante da prendere in considerazione – gli sport individuali sono molto utili per lavorare sullo sviluppo e crescita degli individui e tratta in maniera intensa i temi intrapersonali (ogni atleta professionale ha un coach esperienziale), ma se vogliamo lavorare sulle dinamiche di gruppo, in altre parole sciogliere principalmente nodi, interrompere dinamiche disfunzionali e creare nuove connessioni positive e utili, dobbiamo per forza scegliere attività di stretta collaborazione e comunicazione, dove la sfida è vissuta nel gruppo intero e dove tutti perdono o tutti vincono. A quale sport e attività pensate se vi chiedessi di immaginare un’ora di sport a scuola? Volley, Calcio, Basket? O pensate ai giochi d’infanzia con la palla? In altri articoli ho già parlato delle Rope school e il teambuilding attraverso programmi esperienziali nelle ore di attività motoria e vi segnalo questo video per chi vuole approfondire. Alcune volte le immagini dicono di più delle parole (Rope Course). Dopo una prima accurata scelta, cercate di capire cosa rimane da aggiustare nella vostra progettazione (Tempo/Costi /Energie). Possiamo raggiungere il solito obiettivo usando però un mezzo alternativo? Seguite il principio della semplicità e vedrete che in essa spesso possiamo trovare molta foto quattro articolofantasia, ricchezza emotiva e saggezza pedagogica con cui lavorare. Nella maggior parte dei casi l’obiettivo pedagogico determina la scelta del mezzo (strumento esperienziale) e non viceversa».

La sicurezza fisica

«In ogni momento abbiamo il dovere di garantire la massima sicurezza per tutti i partecipanti coinvolti e non possiamo progettare un’attività senza visualizzare anche gli scenari d’emergenza e pensare alle contromisure di primo soccorso in caso di un incidente e infortuni seri. Ci vuole coraggio e volontà per fare seriamente il tentativo di visualizzare uno scenario cosi negativo. Laddove ci manca l’esperienza pratica, possiamo trovare alternative allo strumento scelto o cercare il confronto con altri educatori ed esperti. Ad esempio, esistono molte attività esperienziali che richiedono lo “spotting” (il mettere in sicurezza) dei compagni per proteggerli da cadute e incidenti durante le azioni . Ci sono diversi schemi tecnici, pubblicati da alcune università -principalmente applicati nell’escursionismo in montagna- come il “Risk Assessment & Safety Management (RASM) che aiutano molto a valutare il rischio educativo contro il possibile pericolo reale – RISK MANAGEMENT OUTDOOR .

Quest’analisi dei pericoli è dovere e responsabilità di chi offre una proposta esperienziale. Nel caso di offerte specifiche, ad esempio nell’arrampicata esperienziale – uso delle corde basse e alte, escursioni in barca, trekking sportivo o survival (per nominare solo alcuni esempi di attività esperienziali) rimane il principio di ridondanza, in altre parole il dovere di cercare un personale tecnico e altamente qualificato per mettersi a confronto e usufruire del consiglio attivo. Questo piccolo passo a volte può essere il granello decisivo sulla bilancia tra l’esperienza positiva e quella permanente negativa».

La sicurezza mentale

«Nessuno riesce ad entrare nella testa dell’altro e ci rimane solo la fiducia nella comunicazione, il leggere tra le righe e il tentativo continuo di entrare in empatia con i partecipanti. Una garanzia di sapere tutto ciò che passa per la testa e il cuore dell’altro non si può avere. Dobbiamo tenere conto che ciascun individuo può vivere, all’interno dello tesso gioco, un’esperienza e un’emozione completamente diversa e unica dagli altri compagni. Per questo motivo uno dei principi fondamentali dell’educazione esperienziale è la libera scelta di partecipazione ad una proposta. Certamente ci vuole un po’ di esperienza nel lavoro esperienziale per non scambiare questo principio con un atteggiamento di indifferenza verso la “non partecipazione” del singolo. Non possiamo dare motivazione ad altri, essa nasce dentro ad ogni individuo stesso e non è travasabile, ma è contagiosa. Se noi insegnanti ed educatori siamo motivati, possiamo incoraggiare e stimolare la volontà di mettersi in gioco ed esporsi all’avventura! Dovremmo imparare a essere facilitatori, appassionarci in questo, e prenderci la responsabilità di agire in maniera preparata ad eventuali esplosioni emotive, conflitti verbali o peggio ancora. Quali competenze abbiamo nella risoluzione dei conflitti? Quali schemi abbiamo imparato e ci stiamo portando dietro?».

La motivazione e il coinvolgimento

«Una caratteristica potente del gioco è che si orienta fondamentalmente all’azione, e questo significa che non necessita motivazioni sostenute da rinforzi esterni per divertirsi (vantaggi, riconoscimenti, evitare conseguenze spiacevoli – motivazione estrinseca). Tuttavia sappiamo che spesso si fatica a far partecipare le persone ad un gioco. Barriere e limiti legate ad abitudini consolidate, impediscono di scoprire il gioco come possibilità di crescita, come spazio protetto per sperimentare l’errore e il rischio e uscirne con una sensazione positiva. L’arte dell’educatore esperienziale sta nell’aumento della partecipazione e della manifestazione di comportamenti autentici in campo. Una buona pratica può essere di anticipare alcune informazioni sul senso approfondito del gioco scelto e spiegare già in fase preparativa l’attività come strumento metaforico per uno specifico tema. Specialmente l’adulto ha bisogno di ulteriori spiegazioni per comprendere perché dovrebbe proprio ora giocare il gioco scelto. Un ulteriore argomento per invitare al gioco è l’alternativa alla vecchia usanza della formazione frontale. Chiarificando la mia esperienza, la maggiore parte dei partecipanti accetta dopo breve la sfida del gioco. A questo punto voglio ricordare il principio della libera partecipazione e invitarvi a permettere alle persone di svolgere un ruolo di osservazione. La paura che impedisce di partecipare a una specifica azione impedisce al partecipante “spaventato” ogni possibilità di imparare qualcosa: tanto vale allora canalizzare l’energia della paura su un piano produttivo come l’osservazione degli altri. L’impedimento di un partecipante può essere sempre trasformato in una risorsa. Nessuno è mai inutile o, detto in prospettiva positiva, ognuno ha sempre una missione da svolgere! Ogni individuo ha avuto una socializzazione diversa e per questo non possiamo essere sicuri della qualità dell’esperienza di ognuno. Possiamo però, attraverso una progettazione professionale (luogo, scelte di giochi, struttura e storia), aumentare la probabilità di offrire “determinate e volute” tipologie di esperienze educative. Passo dopo passo proviamo a creare un vero “crescendo educativo attraverso una serie di onde emotive” nella proposta, senza rischiare mai di uscire dalla zona d’apprendimento ed entrare nella zona di panico».Foto cinque articolo

L’introduzione (Fase I)

«Dal TEDX e altri eventi di alta formazione, ma specialmente nelle piccole perle di saggezza quotidiane sul web, l’importanza dell’introduzione si legge ovunque. “Il buon giorno si vede dal mattino” e “la partenza fa metà lavoro”, sono solo due simpatici esempi di questa vecchia verità! Una buona storia, coinvolgente e possibilmente autentica, può incrementare l’interesse e la partecipazione perché riesce a svegliare un richiamo di “curiosità” e fame d’avventura. In questo caso l’apprendimento degli obiettivi pedagogici aumenta in maniera significativa. Provate a stimolare la fantasia avvolgendo le regole e la cornice di un gioco in uno scenario metaforico e osservate se notate degli atteggiamenti differenti dalla comunicazione delle regole astratte e senza dimensione di profondità. In ogni caso il l concetto del learning by doing e la trasformazione di un comportamento all’interno di abitudini quotidiane accade, almeno parzialmente e nella maggior parte dei casi, anche senza una riflessione approfondita a termine dell’azione».

La fase d’azione (Fase II)

«Durante il momento delle attività e giochi principali, il conduttore cerca sempre di rendersi “invisibile” e di tirarsi il più possibile fuori dall’attenzione dei giocatori, pur sapendo che nel momento dove fisicamente entriamo nello stesso ambiente di spazio/tempo diventiamo parte attiva e temporanea del presente gruppo. In fase d’introduzione e dove maggiormente si gioca per giocare, siete invitati alla partecipazione. In ogni caso è fondamentale diminuire la sentita presenza appena parte la fase II esperienziale principale, la pianificazione e l’attività in sé. Anche la vicinanza fisica rispetto al gruppo può incidere sugli atteggiamenti dei partecipanti, quindi è preferibile allontanarsi di alcuni metri. Attenzione però a non interpretare il tirarsi indietro per non condizionare come occasione di disconnessione dal gruppo! Non è un momento di libertà da usare per immergersi nello Smartphone, correggere i compiti o evadere alla ricerca della macchinetta del caffè. Restate attivi nella mente, osservate e godetevi l’apertura di uno spazio immenso di raccolta d’informazioni e impressioni sul vostro gruppo, ma attenzione a non interpretare troppo. Le più comuni osservazioni di base sono la qualità di collaborazione del gruppo e le strategie di comunicazione e pianificazione: chi prende un ruolo attivo, chi rimane passivo? Tutti i membri del gruppo hanno trovato una funzione all’interno del gioco? Naturalmente c’è bisogno di avere esperienze per sapere osservare momenti chiave. C’è bisogno di imparare quali momenti meritano di essere portati alla luce e su quali atteggiamenti possiamo andare oltre per non dare troppo peso negativo su un’azione. Chi non sa cosa osservare avrà fatica di approfondire il discorso. Nel caso di avvenimenti spiacevoli e disfunzionali possiamo interrompere il gruppo e provare a portarlo ad auto riflettere sulla situazione. In casi di emergenza e pericoli in corso, il conduttore ha il dovere di interrompere, in certi casi fino a sospendere le attività. Dopo una pausa di raffreddamento emotivo, invitate ad una fase di riflessione per risolvere i conflitti emersi. In alcuni casi può capitare che il gruppo si rivolga unito contro il conduttore. Queste situazioni sono educative e molto interessanti e aprono gli occhi sulle proprie prestazioni. Se non ci chiudiamo davanti alla critica del gruppo e rimaniamo in ascolto e connessione anche in momenti difficili, possiamo crescere attraverso l’interazione».

Riflessione (Fase III)

«“Ma perche bisogna sempre parlare e riflettere?” Questa frase è una delle più sentite, quando facciamo per la prima volta un percorso esperienziale con un gruppo. Spesso bisogna ingegnarsi con molta fantasia per favorire un’atmosfera di condivisione autentica e accendere la discussione. L’obiettivo pedagogico principale dell’educazione esperienziale (indoor & Outdoor) attraverso tutti gli strumenti come il gioco, lo sport, l’arte o la natura, è allenare la sperimentazione, l’osservazione, la concettualizzazione e la trasformazione di nuovi comportamenti utili al cambiamento e l’aumento del benessere individuale. L’educazione esperienziale vuole essere d’aiuto a vivere una vita positiva e ricca di esperienze autentiche. È fondamentale fare comprendere al gruppo questo concetto al meglio possibile, per evitare di lasciare solo impronte superficiali e d’animazione a “passa tempo”. Naturalmente non voglio togliere il valore delle attività fini a se stesse, anzi ogni esperienza fra arte e natura o tra gioco e sport è importante e di profondo valore, ma senza un fondamento ben preparato e progettato non possiamo parlare di un’attività educativa esperienziale indoor, così come il semplice stare nel bosco non diventerà mai profonda e fondata educazione outdoor. Da molti anni si trovano pubblicazioni scientifiche, ampie riflessioni e case study’s di metodologie applicate per lavorare sulla riflessione e sicuramente consiglio l’uso di molti di questi strumenti. Vorrei invitarvi, prima di immergervi nella giungla di esperti e pubblicazioni sulla riflessione, ad un esperimento di pensiero: riconosciamo alle attività ludiche un potenziale e valore naturale di auto-educazione, e aggiungiamo il potenziale d’influenzare il benessere che proviene dallo stare in natura e in gruppo. Un tale potenziale agisce di per sé. Credo che molte verità pedagogiche di base come l’empatia, il buon senso e il rispetto per l’altro, non abbiano sempre bisogno di essere riflettute e recuperate a catena: devono essere vissute, attraverso l’esempio e in prima persona, invece che concettualizzate, e spesso il loro delicato processo di trasformazione in effettive abilità avviene nel silenzio e nell’intimo, non attraverso le parole e i discorsi. Dobbiamo bene scegliere su cosa vogliamo puntare la luce e quanta usarne per non creare troppa ombra dietro al focus della nostra attenzione».

Problem solving non deve diventare mai un Problem Searching!

«Certamente l’uso del pensiero cognitivo attraverso le parole nei ccerchi di riflessione è estremamente utile. La descrizione verbale di un evento, di un’emozione e di un’azione, aiuta una ristrutturazione cognitiva dell’evento e apre cosi una strada sconosciuta e piena di osservazioni nuove e possibilità di crescita. Alla fine di un’attività molto intensa di sfida, il gruppo sarà eccitato e lo stato emotivo di molti normalmente è più delicato, fino ad essere fragile e facilmente irritabile. Creare a tempi brevi un tessuto di recupero e atterraggio emotivo rimane fondamentale per la sicurezza mentale del gruppo. Invitiamo a usare un cerchio e per iniziare anche solo dei metodi di riflessione emotiva. Dopo una fase di riconquista cognitiva, o in altre parole, dopo aver ripreso maggiormente il controllo sulle reazioni delle proprie emozioni, possiamo iniziare a invitare a condividere impressioni ed esperienze. Il tessuto di esperienze formerà una rete d’intrecci, somiglianze e differenze che renderanno il momento un evento di trasformazione personale».

Buone pratiche per il lavoro esperienziale outdoor

  • Siamo responsabili per la scelta dell’attività e decidiamo noi il grado di difficoltà psico-fisico delle azioni .
  • Evitate l’azionismo cieco! Non esagerare nella quantità di attività offerte. Si rischia di banalizzare i contenuti e sovraccaricare i partecipanti. I giochi sono un mezzo, uno strumento pedagogico.
  • Nella progettazione, seguite il principio del minimo investimento per raggiungere il massimo risultato!
  • Spiegate, se necessario, la scelta delle attività e il vostro obiettivo dietro all’azione proposta.
  • Il principio della libera scelta di partecipazione è fondamentale.
  • Un’introduzione coinvolgente è quasi a metà strada per il raggiungimento dell’obiettivo educativo.
  • Una buona riflessione aiuta il Transfert dei comportamenti utili nella vita quotidiana.
  • Progetti di educazione esperienziale devono essere affiancati da altre forme di educazione non direttiva, dove viene praticato il solito valore del community learning. In assenza di questo, i progetti rischiano di non essere credibili e autentici.

«Concludo con una frase che uso spesso perché mi ha colpito in passato nella sua profonda e semplice verità, una sintesi efficace di cosa fa l’educazione esperienziale! „A mind that is stretched by a new experience can never go back to its old dimensions“. Oliver Wendell Holmes, Jr.».

Per contatti e informazioni:

Christian.mancini@web.de

http://www.apprendimento-esperienziale.it/informazioni/publications/

 

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