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Nasce l’aula “biofilica”

Pubblicato il 20 luglio 2017 0

Si chiama Nuova Architettura Sensibile Alpina ed è la base sulla quale verrà realizzato un esempio di aula con criteri “biofilici”.

Il tutto accade in Valle d’Aosta, grazie all’impegno di un gruppo di ricercatori dell’università che fanno capo al professor Giuseppe Barbiero, anche autore del libro “Ecologia affettiva” (Mondadori). Si tratta di un ambiente scolastico indoor che i ricercatori vorrebbero rendere capace di stimolare percezioni sensoriali nei bambini. Ne abbiamo parlato con il team che sta realizzando il progetto N.A.S.A., appunto Nuova Architettura Sensibile Alpina.

Nicola Maculan, ingegnere e borsista di ricerca, ci spiega in cosa consiste l’innovazione che verrà portata negli spazi scolastici. Come si configurano gli spazi che si ispirano ai principi biofilici e per quali finalità sono stati progettati?

«L’innovazione che caratterizza il progetto Retrofit Biofilico Integrato (RBI) è l’applicazione dei principi di progettazione biofilica scientifica alla riqualificazione energetica dell’ambiente scolastico. Per questa ragione abbiamo scelto di realizzare il cappotto isolante interno con materiali naturali: a pannelli di canapa e argilla sono accoppiati alternativamente la fibra di canapa e pannelli di sughero bruno. Quest’ultimo materiale costituisce anche alcuni pannelli decorativi di rivestimento che forniscono un’esperienza sensoriale ai bambini attraverso la vista, il tatto e l’olfatto. Tutti gli spazi sono caratterizzati da soluzioni ispirate da principi biofilici, ma ogni aula ha elementi che la differenziano dalle altre: i pannelli decorativi in sughero bruno faranno da sfondo in un’aula ad un angolo riparato, un piccolo “rifugio”, mentre nell’altra ad una tribunetta rialzata. Infine l’aula immersiva, di cui parlerà più avanti Dominique, che contiene una cascata, in modo che lo scorrere dell’acqua accompagni le attività dei bambini. L’obiettivo è realizzare una Restorative Schoolroom, un ambiente scolastico confortevole e al contempo stimolante, che consenta di riprodurre e sfruttare i benefici di alcune caratteristiche dell’ambiente naturale esterno».

Alice Venturella, pedagogista e borsista di ricerca, illustra gli elementi maggiormente innovativi del progetto di riorganizzazione e cambiamento degli spazi deputati all’educazione e all’apprendimento.

«Da un punto di vista pedagogico le innovazioni proposte dalla Restorative Schoolroom sono due: (1) proporre un ambiente che sia rigenerativo dell’attenzione diretta; (2) creare una continuità tra indoor e outdoor estendendo lo spazio di apprendimento anche al territorio circostante, con un’educazione all’aperto non sporadica, ma continuativa. Il nostro lavoro segue la pista tracciata da Rachel e Stephen Kaplan, psicologi ambientali dell’Università del Michigan, che a metà degli anni Novanta sono giunti alla conclusione che vi siano due esperienze fondamentali capaci di stimolare una rigenerazione significativa dell’attenzione diretta dopo una fatica mentale: la wilderness, l’immersione nella Natura e la mindfulness, ovvero pratiche di meditazione che possono essere ricondotte alla meditazione di consapevolezza. La scuola è una fatica mentale per i bambini. Il problema è come rigenerarsi dopo l’inevitabile fatica mentale. Per questo vogliamo offrire ai bambini la possibilità di fare scuola all’aperto nello splendido scenario della Valle del Lys e lasceremo ogni giorno uno spazio di alcuni minuti (1 per ogni anno di età) al “silenzio attivo”: sedersi in consapevolezza, come dice Thich Nhat Hanh, anche se noi lo abbiamo imparato dalla monaca zen Dinajara Doju Freire, che ci ha accompagnati in tutta la nostra ricerca. Detto questo, nei prossimi due anni vogliamo divertirci insieme ai bambini. L’obiettivo è giocare con loro a fare i ricercatori, scoprire e imparare attraverso le avventure che vivremo ogni giorno, in classe e all’aperto, con il sole, la pioggia, il vento e la neve e al rientro analizzare e riflettere sui dati raccolti come in un laboratorio scientifico. La meraviglia è la più grande motivazione ad apprendere, insieme alla necessità di adattarsi per sopravvivere. L’una è espressione dell’altra e viceversa».

Dominique Mosca, responsabile tecnologico del progetto, spiega cosa si intende per inserimento di elementi di alta tecnologia nell’aula immersiva.

«Stiamo configurando un ambiente di apprendimento molto suggestivo che possiamo definire “immersivo”, perché vuole coinvolgere sensorialmente i bambini in maniera più completa, offrendo loro stimoli non solo per la vista e l’udito, ma anche per il tatto e l’olfatto. In particolare l’olfatto è il senso che genera il maggior impatto, a livello emozionale ed inconscio. Basti pensare a quanto un profumo o un odore sia in grado di comunicare un messaggio positivo o negativo, oppure di evocare ricordi che agiscono a livello emozionale. L’ambiente include diverse componenti: una parete interattiva che permette di visualizzare informazioni e di interagire con esse, un video-oblò sul soffitto, una cascata d’acqua, alcuni erogatori di aromi, luci, emulatori di vento e calore. Queste tecnologie combinate insieme possono, guidate dal contenuto, rendere esperienziale la didattica, emulare ambienti (il bosco, la montagna …) e situazioni, come ad esempio un temporale. In questo modo i concetti che sono trasmessi ai bambini sono più forti e più facilmente memorizzati. Stiamo lavorando sui contenuti, che sono il driver sul quale il sistema si basa, che faranno da scenario e guideranno gli effetti del sistema. L’ambiente immersivo prevede la proiezione di contenuti video in un oblò realizzato sul soffitto. Sarà possibile rappresentare il cielo “in movimento” (sole, nuvole, giorno, notte, stelle). I contenuti saranno sincronizzati con le luci e la temperatura. In altre parole se, ad esempio, si prevede un passaggio dal giorno alla notte, nel momento in cui la proiezione sul soffitto varia, variano anche le luci e la temperatura».

Il professor Giuseppe Barbiero, biologo e responsabile scientifico del progetto, spiega da cosa è nata l’idea di questa sperimentazione

«Questa sperimentazione rappresenta il naturale sviluppo degli studi sulla biofilia che da dodici anni stiamo conducendo nel nostro Laboratorio di Ecologia Affettiva all’Università della Valle d’Aosta. Le nostre ricerche hanno dimostrato che il contatto con la Natura ha un potere rigenerativo della capacità di attenzione diretta del bambino e migliora le sue qualità empatiche. Nel 2015-16, in collaborazione con il Politecnico di Torino e l’impresa italo-svizzera AktivHaus, abbiamo messo in pratica i nostri studi realizzando “Biosphera 2.0”, il primo modulo di casa passiva che ha adottato una progettazione biofilica scientifica. Contemporaneamente, con la collega Rita Berto, abbiamo sviluppato uno strumento di misurazione – il Biophilic Quality Indexes (BQI) – che consente di valutare quanto è biofilico, e perciò rigenerativo, un ambiente. Tutte queste esperienze convergono nella riprogettazione della scuola primaria di Gressoney-La-Trinité: uno spazio di apprendimento sperimentale, rigenerativo (per questo si chiama Restorative Schoolroom), rispettoso della Natura fuori di noi e della Natura dentro di noi».

Alice, quando inizierà la sperimentazione vera e propria e come si svilupperà praticamente?

«La sperimentazione partirà a settembre 2017 con una prima settimana completamente in Natura. Per noi è un messaggio importante, perché solo la Natura offre un ambiente ricco, complesso e didatticamente stimolante. Dopo questa prima settimana entreremo a scuola e inizialmente l’obiettivo sarà imparare a gestire diversamente la didattica nel nuovo ambiente. La scuola primaria di Gressoney-La-Trinité sta entrando nel Movimento delle Avanguardie educative dell’Istituto Nazionale Documentazione Innovazione Ricerca Educativa (INDIRE), ente di ricerca del Ministero dell’Istruzione. Questo permetterà alle insegnanti di capire in quale direzione orientare le pratiche didattiche, avendo la possibilità di confrontarsi con le scuole che le utilizzano già da tempo. Dal secondo quadrimestre inizieremo a progettare unità didattiche basate sul problem posing e sull’apprendimento esperienziale. L’obiettivo è sviluppare una prassi didattica che comprenda la Natura, non solo teoricamente nell’offerta formativa, ma nella vita concreta della scuola».

Professor Barbiero, quali competenze è stato necessario far convergere per arrivare all’elaborazione di questo progetto?

«Servono sostanzialmente competenze in ecologia, in psicologia ambientale, in pedagogia sperimentale, in biophilic design e in progettazione ingegneristica degli impianti. E serve l’impegno di ciascuna disciplina di condividere sistemi di indagine e metodologie per raggiungere l’obiettivo comune».

Quando farete una prima valutazione dei risultati ottenuti? E come pensate poi di procedere?

«La prima fase della sperimentazione coprirà l’anno scolastico 2017-18, ma i risultati saranno disponibili già nella prossima primavera. Durante l’estate 2018, a scuola chiusa, interverremo per correggere gli errori e impostare la seconda fase della sperimentazione, che coprirà l’anno scolastico 2018-2019».

Il vostro modello potrà essere diffuso se si rivelerà efficace?

«Una delle idee fondamentali di questo progetto è la sostenibilità economica. Il patrimonio edilizio scolastico italiano con più di 40 anni di età (circa l’85% delle scuole) ha un basso rendimento energetico. L’idea è di abbinare alla necessaria riqualificazione energetica una progettazione biofilica. Per questo parliamo di Retrofit Biofilico Integrato. I costi vivi, al netto quindi della ricerca scientifica necessaria per la progettazione del prototipo Restorative Schoolroom di Gressoney-La-Trinité, devono essere alla portata anche delle piccole Amministrazioni locali. La scuola è un patrimonio di ogni comunità, piccola o grande che sia. Avere una scuola efficiente e rigenerativa è un obiettivo realizzabile».

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