La scuola Madrasa Hanfiya si trova nel distretto di Barmer, nello stato del Rajasthan, in India, e vi spieghiamo perché è un’isola di libera educazione.
Si tratta di una scuola che offre vitto, alloggio ed educazione gratuita a 130 bambine povere musulmane.
In un territorio in cui la percentuale di analfabetismo femminile è tra le più alte e drammatiche del mondo, una bambina su due non ha accesso all’istruzione, Zeinab Banu, giovane laureata in letteratura urdu presso la Gujarat University, ha deciso di dare vita a un progetto rivoluzionario di libera-educazione.
Marta Franceschini, giornalista e scrittrice italiana, è andata a visitare questa scuola. «Avevo letto alcuni articoli usciti sulla stampa indiana, e diverse persone mi avevano parlato di questa scuola – spiega Marta Franceschini – ma volevo vedere coi miei occhi se la realtà corrispondeva alle descrizioni».
«Madrasa Hanfiya si trova nel mezzo del deserto del Rajasthan. In pratica, al centro del nulla. Chilometri e chilometri di secca terra d’arbusti, per lo più coltivata a cumino, e spezzata da pochi alberi bassi e temerari come guerrieri dalle mani nude. La scuola, che dista dieci chilometri dal villaggio più vicino, è circondata da una decina di capanne abitate da una comunità semi-tribale, i cui membri sono tutti imparentati o coinvolti con la gestione della struttura scolastica. Di fatto, costituiscono un’unica comunità, che condivide con la scuola le tante difficoltà e problematiche legate al territorio desertico sul quale vivono. È una forma di solidarietà antica che spinge gli esseri umani che si trovano in situazioni impervie ad aiutarsi tra di loro. È un meraviglioso istinto archetipico di sopravvivenza, qualcosa che noi in occidente abbiamo completamente perduto».
La scuola, in questo progetto di libera-educazione, non offre solo l’istruzione, ma dando vitto e alloggio a bimbe è anche garanzia del diritto a un’infanzia priva di traumi, sfruttamento e privazioni, al riparo quindi da quei pericoli e da quelle violenze di cui le bambine di tutta l’India sono purtroppo le principali vittime quotidiane.
«Le bambine vivono e studiano nella scuola per un minimo di 8 anni – aggiunge Marta Franceschini – dai 6 ai 14 anni. Tutti i servizi forniti come vitto, alloggio, visite mediche, uniformi, libri, quaderni ed educazione, sono completamente gratuiti. Con i primi 8 anni completano il primo ciclo di studi che, nel sistema educativo indiano, si chiama “educazione primaria”. Seguono 3 anni facoltativi che, se le studentesse vogliono, possono frequentare, sempre gratuitamente, o all’interno della scuola stessa, o presso scuole pubbliche esterne, continuando a risiedere nella Madrasa».
«La scuola, gestita da un Trust no-profit, vive di donazioni, a riprova che i miracoli sono contagiosi e che il bene attira la bontà. InshAllah. Durante la mia permanenza ho avuto modo di scoprire che il costo di un anno scolastico, compreso il mantenimento delle 130 studentesse, gli stipendi degli insegnanti e del personale, gli approvvigionamenti, le penne, i quaderni, i libri, le bollette e i trasporti non supera i 20.000 euro».
«Durante il mio primo soggiorno nella scuola – prosegue Marta – ho avuto modo di relazionarmi con le comunità circostanti, e in particolare con le donne che vivono nelle capanne limitrofe e ho scoperto che l’isolamento del deserto le ha trasformate in eccellenti artigiane. L’impossibilità di procurarsi quotidianamente il necessario ha sviluppato i loro talenti: sono straordinarie ricamatrici, sarte e decoratrici. Visto che l’intero budget annuale della struttura è appunto di 20.000 euro l’anno, ho pensato di creare un laboratorio artigianale all’interno della scuola dove impiegare le ricamatrici delle comunità attigue per creare una produzione artigianale da commercializzare nel mercato equo e solidale globale. Questo progetto ha diversi e simultanei obbiettivi: assumere le donne della comunità e dare loro un salario che permetta di migliorare le precarissime condizioni economiche della comunità; salvaguardare i talenti e le arti locali; dare autonomia e dignità a queste donne; creare una produzione artigianale che possa coprire annualmente il budget della scuola e renderla autonoma economicamente (la scuola è vissuta fino ad oggi di donazioni private e spontanee, con tutta la precarietà che questa condizione comporta); fornire alle bambine la possibilità di imparare, oltre all’educazione primaria, un mestiere: le studentesse degli ultimi anni potrebbero infatti frequentare anche il laboratorio, dove apprendere le arti locali, il ricamo, l’uso delle macchine da cucire, la sartoria, ecc.; una volta finiti gli studi, le ragazze più portate per il mestiere potrebbero, se d’accordo, entrare a far parte del progetto ed essere assunte; per tutte le bambine comunque assistere alla creazione del laboratorio da zero, il suo sviluppo, ed eventualmente il suo successo economico, vuole essere un esempio concreto della possibilità di trasformare la fragilità delle loro esistenze, usando la creatività, in un’alternativa sostenibile».
«Le studentesse non possiedono un singolo giocattolo, non hanno né televisori né cellulari, hanno un solo vestito a testa, un paio di sandali, una coperta, e un piccolo baule dove tenere i loro eventuali oggetti personali. Dormono per terra, sdraiate su sottili trapunte di cotone. Provvedono da sole alla pulizia degli spazi comuni, dei bagni, delle aule e alla lavanderia dei propri indumenti. Eppure sono felici, tanto felici. Nel grande cortile della scuola giocano con la sabbia, coi fiori, coi sassi. Si rincorrono, si pettinano a vicenda, si raccontano segreti tenendosi per mano. E la sera, si riuniscono sui tetti della scuola per osservare in silenzio il tramonto, unico spettacolo gratuito a loro disposizione».
Marta ora è in India e, come volontaria, sta dando vita a questo progetto di auto-sostenibilità che miri a liberare il futuro della Madrasa dall’incognita delle donazioni, e le permetta di stare in piedi da sola.
QUI per sostenere il progetto www.madrasahanfiya.com
di Isabella Wilczewski