«Cosa emerge dall’emergenza. Casa e scuola, colonne d’Ercole verso l’età adulta»: l’intervento di Micaela Mecocci, insegnante Montessori.
Micaela Mecocci è co-fondatrice del progetto “Tutta un’altra scuola”.
Nulla è tanto dolce quanto la propria famiglia (Omero)
«Il frastagliato panorama europeo che ci circonda parla chiaro: diversamente da quello italiano, i governi a noi limitrofi hanno ritenuto opportuno che la scuola, con specifiche accortezze, riaprisse subito i battenti. I bambini e i ragazzi, approdati anch’essi alla cosiddetta Fase Due, hanno, lì, diritto a tornare ad abitare i luoghi sospesi della loro esperienza scolastica, intesi come spazi di crescita, apprendimento e socializzazione. Almeno nelle intenzioni, perché anche all’estero, le notizie lo dimostrano, non è tutto oro ciò che luccica.
Tuttavia è chiara, laggiù, l’urgenza di restituire anche ai giovani la loro parte di cittadinanza attiva a partire, si intende, dall’assunto che – come sembra paradossalmente essere il caso anche qui per altri tipi di luoghi ed esercizi – la situazione sanitaria lo permetta.
Il confinamento ha, da oltre due mesi, catapultato la scuola nelle case e nelle famiglie. La cosiddetta didattica a distanza nei migliori dei casi ha cavalcato collegamenti virtuali e conversazioni virtuose; in altri si è ridotta a un flusso costante di schede e compiti; in altri ancora invece non è proprio riuscita del tutto a colmare la distanza.
Come la mela di Newton gli scolari sono piombati giù tra le braccia di genitori attoniti e preoccupati. In fondo, quale caduta più auspicabile per un bambino. Essa difatti, ne converrebbe financo Isaac, non contraddice le leggi della fisica, giacché il bambino tende naturalmente verso le figure di attaccamento che egli ama in modo incondizionato sin dai primi istanti di vita.
La famiglia
Si legge in queste settimane nei giornali l’appello di chi ricorda che la scuola sia, sin dalle origini, il luogo dell’“ozium”, come contrapposto al “negozium”, vale a dire lo spazio fondamentale in cui dedicarsi ad attività di arricchimento interiore.
E la famiglia? Il termine deriva dall’osco “faama” che significa “casa”. La famiglia è innanzitutto una comunità di persone riunite sotto lo stesso tetto, sia materiale che inteso come insieme di valori. Oggi di famiglie ne esistono tanti tipi diversi, idealmente tutte accomunate dalla presenza di adulti che si prendano cura dei bambini e sappiano stringere intorno a loro un cerchio fatto di valori condivisi, empatia, riconoscimento, strumenti espressivi e conoscitivi.
Basta un papà e una mamma
un figlio o una figlia
per fare una famiglia.
Solo chi è solo, poverino
cerca una famiglia
in casa del vicino.
.. scriveva Mario Lodi
Questo, però, era il caso già prima della pandemia. Il luogo iniziale della costruzione della personalità, della formazione del carattere, dell’interiorizzazione di un sistema di principi etici è da sempre la famiglia, la casa.
Proprio per questo, mai come oggi è apparsa evidente la necessità di godere di una forte alleanza educativa tra scuola e famiglia, alleanza alimentata dal possedere un lessico condiviso (anche a distanza) che rinforzi la sinergia tra le due colonne d’Ercole che aprono la strada al bambino verso l’età adulta. La scuola e la casa, appunto. Due luoghi fisici, matrici di pensiero e convivialità creativa.
Nella situazione attuale non sono mancate testimonianze di genitori e insegnanti che si sono immediatamente cercati, sostenuti, che hanno rinnovato, quanto più possibile, un patto solidale attorno ai giovani confinati. Questo è potuto succedere tuttavia in quei casi in cui l’alleanza educativa esisteva già da prima, in cui la visione del mondo e l’appartenenza comunitaria fossero già state esplorate ed esperite, in cui gli interlocutori fossero già legati gli uni agli altri in modo vitale e fecondo come ci dimostra l’etimologia stessa del termine: “legame” rimanda originariamente all’idea di qualcosa che si piega, si intreccia, abbraccia. Se il legame esiste, se gli sforzi sono tesi ad intrecciarsi, a sostenere e supportare il bambino, la mela non è caduta poi così lontano dall’albero, o almeno così si spera che sia.
La postura educativa dell’inclinazione accudente, della cura fatta di incontro e costruzione reciproca e solidale farà salvi i suoi principi.
Didattica in presenza, didattica a distanza. Distanti ma presenti
Scuola e famiglia, soggetti di una relazione, di cui si sono ora stravolte le modalità. La trama dell’emergenza ha ridistribuito i pesi ma non i significati. La scuola è entrata prepotentemente nelle case con il potere omologante della tecnologia, i visi appiattiti dagli schermi, le parole filtrate dai microfoni, i visi zoomati così vicini e tuttavia mai così lontani. Gli insegnanti che spiegano, esortano, raccontano, i genitori che assistono discosti, facilitano l’accesso telematico, vedono il proprio figlio riflesso nel monitor come nella casa degli specchi. Uniti per una causa comune. Non tanto quella di far sì che il piccolo ingurgiti e poi restituisca pedisseque porzioni di sapere, bensì di tenere in vita – seppur non sia possibile farlo ad oltranza in questi termini – un cerchio di senso attorno al bambino.
Gli anglofoni usano il binomio “belong & become”, l’appartenere e il divenire nel processo educativo, il valore comunitario e l’opera di costruzione di sé. Ecco la cornice di senso, inaugurata da quel “be” principiale, l’augurio di “essere”, di rimanere fedeli a se stessi, di conservare l’autenticità che il flusso balbettante della “D-A-D”, piovuta da luoghi estranei al vissuto di corpi in relazione, non può certo garantirci sul lungo periodo. Se oggi la relazione tiene è perché esisteva già da prima, ma come una piantina in crescita va, sempre, curata e coltivata.
L’essere umano esiste nella relazione, nella comunione, nella compassione, nello scambio. E la relazione che riguarda i nostri bambini è una relazione tesa a sostenerne la crescita, l’apprendimento, la progressiva evoluzione. Il lavoro del bambino è quello di costruire se stesso e il ruolo degli adulti è quello di facilitarne il processo, di non intralciarlo. Come scrive Maria Montessori, aiutiamoli a fare da soli.
Ecco il paradosso, se vogliamo, creato dalla pandemia. Nella normalità nelle scuole Montessori la presenza dell’adulto è per definizione una presenza discreta, maieutica. La postura dell’adulto è ellittica rispetto alla centralità del bambino; l’adulto è pronto a fare un passo indietro per non interrompere uno sforzo costruttivo, non frustrare la conquista di un successo; l’adulto non è lì per correggere, ma per facilitare la via verso la verifica e la correzione autonome. L’insegnante Montessori “presenta” un lavoro e fa un passo indietro, lascia che i bambini lavorino, immaginino, esplorino e scoprano sotto l’occhio discreto e non invadente dell’adulto.
Ora al contrario l’assenza fisica si è trasformata nel suo paradosso, nell’intrusione nella sfera intima della casa, nell’attività soffocata da tempi ridotti e mani bidimensionali, da voci sempre un po’ più stridule del solito mentre solcano l’etere.
Molte famiglie, chi ha saputo e potuto, si sono impegnate per tenere vivo il rapporto di senso con la scuola, colmare le distanze usando la tecnologia, si sono palesate come il luogo primo di formazione sociale e emotiva, come il luogo in cui si impara vivendo. Certo la famiglia è un’arena di emozioni diverse, di conflitti e ansie, gioie e affetti, nella famiglia la ragione incontra il cuore in profondità, in essa gli affetti si legano ai bisogni primari, è un luogo dotato di una sua unicità e specificità.
Che la famiglia sia un luogo pregno di significati, lo ricordano con crudezza le parole di Proust: dalla famiglia riceviamo le idee di cui viviamo, così come la malattia di cui morremo. Parole quanto meno intempestive in tempi di pandemia, quando proprio nell’ “io-resto-a-casa” si cerca salvezza dal pericolo virale che c’è, lá fuori, ma non si vede.
E tuttavia molte famiglie stanno toccando con mano i propri limiti, l’alta intensità del vissuto familiare surriscalda i luoghi e le abitazioni e l’aria “fresca” del mondo oltre, nei cerchi concentrici sempre più ampi dell’interazione sociale sembra non soffiare sulla scuola, che rimane ancora chiusa.
Alice Miller parla del rapporto tra genitore e bambino come del perpetrarsi di battaglie intergenerazionali segrete e violente. Del dramma della violenza domestica si è parlato tanto in queste settimane. Anche questo fenomeno, non meno dell’alleanza educativa, non l’ha creato la pandemia, ma tanto più ora i bambini hanno bisogno di amore e riconoscimento e tanto più alto è il rischio che essi, per sopravvivere, si adattino a modelli violenti a cui vengano esposti, facciano propri scenari rabbiosi, crescano attanagliati dalla paura.
Il bambino è la fiamma di vita che genera la famiglia, e nella famiglia innanzitutto questi cerca un ascolto attento, non giudicante, ma empatico e accogliente. È questa la base per la cosiddetta futura resilienza, ovvero per l’armonia di un sé integrato e consapevole. È l’assenza di una profonda sintonizzazione emotiva che prepara i bambini a divenire di vittime predestinate di manipolazioni ideologiche o consumistiche, soggetti deboli e sensibili ai richiami, in seguito, di nuove tirannie. È questo il lavoro di chi accompagna il bambino, del genitore, dell’educatore, della comunità adulta nel suo insieme e a cui la famiglia appartiene.
Silvana Montanaro scriveva che la nostra capacità di creare relazioni non violente da adulti dipende dal modo in cui siamo stati tenuti nelle braccia di nostra madre da piccoli. Ma anche, aggiungerebbe Alice Miller, da tutte quelle figure accudenti che, nonostante una società in cui i bisogni dei grandi troppo spesso competono con quelli dei piccoli, abbiamo avuto la fortuna di incontrare nel nostro percorso. Uno sguardo che ci riconosce e che scende come una carezza, un ascolto che risuona di noi stessi come il guscio di una grande conchiglia: sono quelli che Miller chiama gli “helping witnesses”, i testimoni che hanno occhi che non violano, ma che riconoscono e onorano il ricco e sensibile potenziale umano racchiuso in ogni bambino. È lì allora che l’autopoiesi accade.
C’è chi dice che se vi sarà un terzo conflitto mondiale, questo avverà tra la vecchia e la nuova generazione. Forse. O forse saremo invece capaci di sostituire la parola “conflitto” con “confronto” e fare un passo indietro e uno avanti assieme, come in una danza, la danza della relazione.
Maria Montessori, lei che di conflitti mondiali ne aveva attraversati ben due, era profondamente convinta che lo stato naturale dell’essere umano fosse quello della pace. Il pensiero pacifista di Maria Montessori, che si volge da subito alle pieghe più intime della relazione domestica come di quella scolastica, parte dal presupposto che non si possa imporre, né impartire un modo di essere pacifici. Quello che possiamo fare è piuttosto riconoscere e sostenere la spontanea tendenza umana alla costruzione armonica, alla coesione sociale, al rispetto di sé e dell’altro da sé. L’animo del bambino, l’animo umano, dice Maria Montessori, è naturalmente foriero di pace.
In questi tempi in cui le modificazioni del vivere quotidiano, soprattutto rispetto ai nostri figli, ci fanno confrontare con fatica, limiti e difficoltà, tanto più importante è fermarci a riconoscere il respiro di pace che c’è in noi, che naturalmente dimora nel nostro intimo.
Proviamo a pensare a questa “emergenza” come alla possibilità di dare emergenza – nel senso di lasciar emergere – a un pensiero che resti, che ci aiuti ad acuire la consapevolezza del nostro vivere.
La salute mentale ai tempi del covid non è meno importante di quella fisica.
L’assenza di prossimità fisica è un peso considerevole, per bambini e ragazzi, che crea ansia, paura, frustrazione e disagio. Noi adulti, noi genitori siamo con loro, almeno in Italia, tutto il giorno. Che messaggio passiamo loro? Al di là delle numerose e le pur lodevoli favole che sono state create e illustrate per i bambini intorno al virus-con-la-corona e alle indicazioni degli esperti, anch’esse indispensabili, su come presentare la pandemia ai nostri figli, quello che farà davvero la differenza sarà come noi stessi avremo interiorizzato questa esperienza e come, al di là delle nostre parole, la sapremo restituire in seno al nucleo familiare. Le nostre emozioni animano i nostri gesti e le nostre posture, le nostre preoccupazioni danno forma e significato a tutto il nostro agire non verbale, oltre che voce ai nostri discorsi.
Quello che è venuto meno in questi tempi, per tutti noi, è un accettabile margine di predittività sul nostro immediato futuro. Ci muoviamo in un territorio nuovo, disseminato di incertezze, in cui la nostra ansia non può facilmente essere controbilanciata da una mappatura chiara delle possibilità del reale. La repentina messa in questione dell’attuabilità dei nostri programmi e lo scollamento della realtà rispetto alle nostre aspettative scatena una risposta di ansia e stress che sono, anch’essi fortemente contagiosi, soprattutto per i nostri figli. Se lo stress cosiddetto “positivo” è fonte di vitalità e motivazione che porta ossigenazione al cervello, lo stress che deriva dalla percezione violenta e improvvisa della nostra vulnerabilità dà luogo a sentimenti di timore, incertezza, instabilità.
Come genitori possiamo aiutare i nostri figli nella misura in cui aiutiamo noi stessi. Oltre a cercare di mantenere quanto più possibile uno stile di vita sano e regolare, ci aiuterà sgranare quanto più possibile la trama del nostro vocabolario emotivo e cercare di dare voce e parole al nostro sentire. Se sapremo farlo con noi stessi, sapremo poi anche meglio entrare in una dimensione di ascolto intima e profonda con i nostri figli. Nominare con precisione le nostre emozioni ci permette di spostare la nostra risposta dal sistema limbico alle zone meno arcaiche del cervello e se, facendo questo, focalizziamo la nostra attenzione sulle sensazioni fisiche che accompagnano l’emozione, sapremo mettere in atto processi autoregolativi attraverso, ad esempio, la respirazione. Un gruppo di ricercatori americani ha lanciato la proposta di approfittare dei molti momenti in cui durante la giornata ci laviamo le mani per praticare un respiro consapevole accompagnato da una lunga e lenta espirazione: così facendo aiuteremo noi stessi perché invieremo regolarmente al cervello un segnale di distensione e rassicurazione. Sapremo poi meglio affrontare anche temi dolorosi, senza tuttavia partire dal subbuglio emotivo che pur ci capita di attraversare.
Il linguaggio è il coronamento dell’esperienza sensoriale, dice Maria Montessori. Ebbene nominare i nostri stati d’animo è il primo passo perché l’ansia non diventi strisciante e l’emozione non si trasformi in un paio di lenti con cui guardare al mondo.
Mantenere una presenza positiva è particolarmente difficile quanto tutto intorno a noi ci parla di precarietà e fragilità. La nostra àncora di presenza è pertanto il nostro corpo, poiché il corpo è qui ora, radica la mente che balza in avanti e indietro. Non è possibile evitare tutte le emozioni negative che derivano da questa esperienza così eccezionale, ma se sapremo accoglierle in consapevolezza potremo rovesciare il nostro senso di sopraffazione e trasformarlo in una risposta emotiva più organizzata e immaginifica che ci permetterà di rispondere in modo empatico anche ai nostri bambini e ragazzi. Nel distanziamento sociale non dimentichiamo la prossimità, fisica, con noi stessi.
Un gruppo di miei alunni ha realizzato una registrazione audio a più voci sul background sonoro di “We are all in this together”: siamo tutti insieme, e il fatto stesso di “essere “ (be) qui ci permette di sentirci connessi (“belong”) e di crescere (“become”).
Molti siti, webinar e articoli ci forniscono liste ben stipate di cose da “fare” con i nostri bambini in questo tempo di crisi. Io direi che la prima cosa che una famiglia può fare è assicurarsi che esista una buona sintonizzazione emotiva tra i bisogni di tutti i suoi componenti, nel rispetto delle reciproche vulnerabilità. Essere insieme, senza necessariamente “fare” qualcosa assieme, è già un fare non da poco, poiché restituisce consistenza alla base sicura dalla quale ripartire.
Accettare il proprio senso di fragilità non significa divenire passivi. Al contrario. Significa abitare assieme l’incertezza del tempo.
Le risposte definitive non le abbiamo ancora. I confini riaprono, i commerci e i ristoranti, qualche scuola anche. Ma l’allarme interiore rimane, la distanza sociale, la mascherina, il timore che ciò che non vedo possa uccidere me o i miei cari. Il mondo non è più facilmente decifrabile e le nostre mappe mentali vacillano, la scienza dialoga con la politica e si chiede se il virus sia più intelligente di noi. Il senso di poter controllare il proprio vissuto è demolito. E così le connessioni virtuali fioriscono sul web, la digitalizzazione corre veloce nel tentativo di colmare il vuoto della distanza fisica, bisogno vitale per i nostri piccoli, per i nostri adolescenti, per tutti noi.
La vicinanza fisica è ancora una necessità ben scarsamente soddisfatta, ma la vicinanza sociale ha trovato le sue strade. Sul web centinaia di persone si incontrano come possono, la comunità trova le sue strade. Il mondo pullula di proposte inventive. Come un gruppo di bambini di una scuola del nord Europa, che – mi racconta una collega sorridendo – hanno trovato il modo di lavorare “insieme” anche a da due metri di distanza. Loro sì, per una volta, più smart del virus».
Micaela Mecocci è co-fondatrice di “Tutta un’altra scuola”, ex-bambina montessoriana, Micaela Mecocci proviene dalla ricerca universitaria in campo umanistico e ha al suo attivo diverse pubblicazioni scientifiche. Ha conseguito la formazione Montessori internazionale (AMI) per le fasce d’età 3-6, 6-12 e 12-18, ha diretto una Casa dei Bambini in Svizzera e, in quanto presidente di Montessori Net Ticino, ha rappresentato la Svizzera italiana presso l’Associazione Montessori Svizzera. Oggi è a capo del coordinamento pedagogico di The Bilingual Montessori School of Paris. Docente in corsi di formazione in Italia e all’estero, non ha abbandonato lo studio e la ricerca. Collabora con diverse riviste di settore e promuove eventi di ricerca e confronto su temi pedagogici.
È anche autrice del libro “Narrare il vero. Le favole cosmiche nella pedagogia Montessori” (Terra Nuova Edizioni).