Di fronte alla sfida dell’intercultura, il Movimento e la Rete di cooperazione educativa lavorano a più livelli per favorire l’inegrazione sociale.Nelle interviste che seguono, Giancarlo Cavinato e Carlo Ridolfi ci parlano dei progetti che animano queste due realtà.
In un momento storico in cui le guerre e i movimenti migratori in- vestono in modo diretto le nostre vite, acquista quanto mai importanza una pedagogia improntata alla cooperazione solidale per la crescita e l’integrazione sociale. Questo è il fronte sul quale si muove il Movimento di cooperazione educativa (Mce), che affonda le sue radici nella pedagogia popolare del maestro francese Celestin Freinet, di cui oggi fanno parte studiosi e insegnanti illuminati. Freinet credeva che attraverso la scuola si potessero fornire agli uomini gli strumenti necessari per riconoscere l’inutilità della guerra e adottava tecniche e pratiche innovative per rendere i bambini protagonisti attivi non solo negli ambienti scolastici, ma anche nella vita.
Animata da valori comuni, anche la Rete di cooperazione educativa è impegnata in una serie di progetti per la promozione di una cultura della pace.
Conosciamo allora queste due realtà a partire dalle interviste realizzate a Giancarlo Cavinato, responsabile nazionale del Movimento di cooperazione educativa, e Carlo Ridolfi, coordinatore della Rete di cooperazione educativa.
• Giancarlo Cavinato, responsabile nazionale del Movimento di cooperazione educativa
Giancarlo, come si muove oggi il Movimento?
Lavoriamo in rete, grazie a gruppi territoriali presenti in diverse città e grazie a gruppi nazionali di ricerca. Il Movimento ha fatto diverse battaglie nel corso della sua storia, per esempio quella sul tempo pieno, di cui noi avviammo le prime esperienze. Negli ultimi anni stiamo lavorando sull’intercultura, cercando nuove forme pedagogiche popolari, che integrino la nuova realtà di immigrazione anche nelle scuole. I principi su cui ci basiamo sono uguaglianza dei diritti, accoglienza, rispetto e valorizzazione delle diversità, libertà di espressione e partecipazione democratica. È quindi chiaro che, nel presente, la nostra sfida più grande riguarda l’integrazione.
Come diffondete gli strumenti pedagogici che favoriscono l’integrazione e l’intercultura?
Lavoriamo principalmente all’interno della scuola pubblica, attraverso gli insegnanti che aderiscono al Movimento, che ci conoscono grazie ad alcuni nostri strumenti di lavoro, come la rivista Cooperazione Educativa, oppure i Quaderni, che raccolgono e documentano le ricerche e le elaborazioni presenti nel Movimento, non solo quelle dei gruppi ma anche quelle dei singoli; un ulteriore strumento per chi aderisce al Movimento è rappresentato dagli incontri nazionali che si tengono ogni anno. Manteniamo comunque un rapporto di scambio e dialogo con tutti gli ordini e i gradi di scuole presenti sul territorio; non ci sono però scuole private o convenzionate ispirate a Freinet.
Incontrate difficoltà nell’operare all’interno della scuola pubblica?
Purtroppo le difficoltà ci sono. Il problema di base è sempre una rigidità del sistema e di chi si ha di fronte. Per superarla, occorre creare una collaborazione con le scuole stesse, con i dirigenti scolastici e con gli altri insegnanti. A questo proposito lanciamo progetti, proposte e attività di laboratorio. A Venezia, per esempio, abbiamo creato una sorta di gioco-puzzle chiamato Il mantello di Arlecchino. Si tratta di una caccia al tesoro che stimola la cooperazione e a dare importanza alle capacità di ognuno, anziché all’eccellenza di pochi. Quello su cui si fonda e su cui lavoriamo è l’inclusione. Inclusione dei bambini con difficoltà, inclusione dei bambini che vengono da Paesi diversi. Si fanno cose insieme, si producono testi. Prima della lingua viene la cultura; nessun soggetto deve essere considerato inferiore o incapace.
• Carlo Ridolfi, coordinatore della Rete di cooperazione educativa
L’Mce è un ente internazionale e fa parte della Fimem (Federation internationale mouvements ecole moderne), che raccoglie realtà da circa 40 paesi in tutto il mondo e organizza incontri con focus su tematiche particolari. L’incontro del 2016 si terrà in Africa.
Tra i fondatori dell’Mce in Italia, il nome più celebre è quello di Mario Lodi. Proprio dopo la sua morte, nel 2014, un gruppo di genitori e insegnanti ha deciso di creare la Rete di cooperazione educativa. Abbiamo chiesto al suo coordinatore, Carlo Ridolfi, di descriverci questa realtà.
Da dove nasce la Rete di cooperazione educativa?
Il nostro motto è: «C’è speranza se accade @…». Ha origine da un libro del 1963 di Mario Lodi, dal titolo C’è speranza se questo accade al Vho, che raccontava cosa faceva lui nella sua piccola scuola a Ro’ di Piavena, nella bassa padana, con bambini spesso problematici, con i quali riusciva a fare cose straordinarie. Nel 2012 iniziammo a ragionare con Lodi sul fatto che conoscevamo molte persone che hanno a cuore l’educazione e lavorano sia nella scuola che fuori. Il principale problema che queste persone avevano e hanno ancora è che si sentono sole, non si conoscono; quindi abbiamo pensato di metterle in rete e le abbiamo fatte conoscere tra loro.
Che figure ci sono al vostro interno?
Ci sono molti insegnanti, soprattutto provenienti da scuole dell’infanzia e da quelle primarie, ma stiamo cercando di intercettare qualcuno dalle scuole medie e superiori. La maggior parte viene dalla scuola pubblica, ma anche da istituti steineriani e montessoriani, che di fatto in Italia sono per lo più privati. Qualcuno viene anche dalle paritarie. E poi molti genitori, come me, molti pedagogisti o preparatori sociali, artisti. Siamo circa 2000 persone in tutta Italia.
Che legame c’è tra voi e il Movimento di cooperazione educativa?
Il nostro nome è un chiaro riferimento al Movimento, di cui Lodi era uno dei fondatori. Tuttavia, non nasciamo da loro. Alcuni insegnanti della Rete fanno parte anche del Movimento, ma loro si occupano nello specifico della didattica, si rivolgono principalmente agli insegnanti, mentre noi siamo un contenitore un po’ più ampio. Comunque, il rapporto è molto stretto e su molte cose viaggiamo insieme.
Come operano gli insegnanti che aderiscono alla Rete?
Mario Lodi ci ha insegnato a coinvolgere i ragazzi facendoli partecipare direttamente, facendoli anche faticare e lavorare, ma distinguendo il concetto di fatica da quello di sofferenza. Se il ragazzo soffre, probabilmente i risultati non saranno così alti. Per esempio, abbiamo visto che nelle classi dove i ragazzi lavorano con serenità e dove non vengono appositamente preparati per le prove Invalsi, in queste ultime ci sono risultati ottimi. Fortunatamente, all’interno dei programmi ministeriali ci si muove con una certa flessibilità, se si vuole. Da qui sono nati, per esempio, i giornalini scolastici, la cucina in classe oppure, come fa una nostra insegnante di Salerno, l’orto coltivato dai bambini, che poi ne consumano i prodotti. Alcune normative e la mancanza di tempo ci ostacolano, ma il campo d’azione è ampio e si possono fare cose interessanti.
di Martina Rafanelli