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Se lo schermo sostituisce il mondo

Pubblicato il 23 maggio 2020 0

«Se lo schermo sostituisce il mondo…»: l’intervento di Marta Strata, psicomotricista, specialista e formatrice in Pratica Psicomotoria Aucouturier.

Il bambino lascia il suo trenino e si mette davanti allo schermo: la mamma gli ha spiegato che oggi lì dentro troverà le sue maestre e i suoi compagni. Gli dice che si deve aspettare di essere accettati, e che non sa se c’è già qualcuno. Ecco che appare qualcosa. “Guarda c’ è Sofia, la tua amica!” Il bambino fa per salutare ma nel frattempo altri riquadri colorati si aggiungono e non vede più dove sia andata a finire Sofia. La mamma saluta le maestre.

Ma dove sono? Ci sono tante scatolette piene di cose che si muovono. Sente tante voci, qualcuno dice il suo nome, qualcuno ride, qualcuno fa una domanda, ma il bambino non sa a chi. La mamma lo incalza “dai saluta Matteo!”, e lui “Ciao!” “Mamma dove è Matteo?” “È Qui! “gli indica un piccolo quadrato colorato tra gli altri. Il bambino non vede il suo amico, vede solo un’ombra che passa correndo accanto a qualcuno che sembra in effetti la mamma di Matteo. Ma è lei? Quella mamma di solito la riconosce perché è altissima, sembra una giraffa! Ma nel quadratino non si capisce bene…

Una voce che sembra una rana che sobbalza dice qualcosa a proposito di un cerchio. La mamma gli mette in mano un pennarello. Guarda nello schermo: ha sentito qualcuno che piangeva, una voce conosciuta ma non la riconosce. Sì aggiungono altri riquadri e qualcuno invece sparisce. La mamma sì è allontanata perché Anna, la sorellina, piange e ha lasciato lì il telefono che adesso inizia a tremare spostandosi. Il bambino lo prende in mano prima che cada dal tavolo. La mamma torna ” hai fatto il cerchio, invece di toccare il telefono?” “No”. “La maestra ha detto che dovete disegnare voi stessi e che si parte sempre dalla faccia”. Poi un fischio e dentro i quadrati colorati tutto resta fisso. “Cavoli sta connessione!” Anna piange e la mamma deve tenerla in braccio per farla dormire. “Vai a prendermi il cavo per favore?”

Il bambino si alza e va. Passa davanti alla pista del trenino che ha costruito prima in corridoio. Lo guarda.

Fra poco torno, sembra dire.

Situazioni come questa appartengono ormai alla nostra quotidiana “normalità”: il distanziamento imposto da questa pandemia, ci muove a ricercare nuovi modi per stare insieme. Spesso la comprensibile paura di “abitare” questa distanza ha suggerito modalità invadenti e poco rispettose delle mura domestiche nelle quali, ciascuno, è impegnato nella costruzione di un difficile equilibrio che andrebbe custodito e protetto a primaria tutela di chi vi abita.

La mancanza dello sguardo altrui ci ha precipitati in azioni e scelte che, seppur volte a riattualizzarlo, hanno finito per amplificarne l’assenza.

Oggi, nella “quarantena” dell’infanzia in Italia, stiamo assistendo al tentativo da parte del corpo docente di raggiungere, attraverso l’utilizzo di dispositivi digitali, bambini e ragazzi. Ragionare sulla comunicazione virtuale e sul legame con i processi evolutivi del bambino, può aiutare meglio a comprendere il rischio legato a tali scelte.

Il bambino, soprattutto nei primi anni di vita, è un essere di azione: il suo contatto col mondo avviene attraverso esperienze reali e concrete mediate dal corpo.

Questo “intero” somatopsichico, che è il luogo di origine della nostra natura umana, caratterizza e orienta verso una modalità globale di fare esperienza, e ci appartiene fin dall’ epoca perinatale.

Attraverso il corpo il bambino si muove, agisce e gioca nell’ambiente che lo circonda e vede gli effetti tangibili che le sue azioni producono. Grazie a tali effetti, ha conferma di sé e del suo esistere, e da questa sicurezza si origina l’intero processo evolutivo della persona. Il piccolo, all’inizio della sua vita, si sente e si percepisce attraverso il contatto con l’altro, e sono queste esperienze corporee reciproche che confermano al bambino la propria esistenza. Come afferma D. Winnicott, infatti, “è la madre che chiama il bambino all’esistenza”: questo processo “psico-motorio” ha origine dunque nella concretezza delle interazioni corporee vissute con l’altro, confermandoci la profonda natura intersoggettiva dell’umano. Necessitiamo dell’altro per esistere, e solo nella reciprocità possiamo definirci.

Nella Pratica Psicomotoria Aucouturier si sottolinea quanto il carattere fondante dell’azione sia la reciprocità delle trasformazioni del soggetto e dell’oggetto: il bambino interagendo con il mondo, lo modifica, e ne è modificato a sua volta. Oggi bambini e ragazzi sono a casa, e attraverso i dispositivi digitali sono raggiunti da educatrici e maestri: quegli strumenti sono i veicoli, proposti dagli adulti, per mantenere relazioni e apprendimenti.

Ma cosa accade davanti a tali apparecchi?

Lo schermo non permette azioni reali concrete: quell’immagine della maestra non è la maestra vera! Non è reale perché non la possono toccare! I bambini sono abituati ad abbracciarla, ad andarle vicino, magari anche a sederle in braccio: e lei altrettanto se ne prende cura con gesti affettuosi che fanno sentire ad uno ad uno pensati.

E invece davanti al computer questo non è possibile: ci si riconosce impotenti, nessuna azione e nessun movimento possono colmare quella distanza che lo schermo sfacciatamente ricorda.

Quanto vorrebbero stare con i loro amici, abbracciarli e tornare a correre e a giocare insieme come facevano prima! La mancanza di relazioni reali rischia dunque di essere amplificata dallo schermo: questo ci spiega come mai, soprattutto bimbi di asilo nido e scuola materna frequentemente si sottraggono agli incontri, spesso troppo affollati, programmati dalle maestre: non hanno voglia di parlare davanti allo schermo e hanno reazioni di fuga o di malessere.

Queste manifestazioni ci dicono che al bambino mancano quegli strumenti concreti, che gli sono propri per età di sviluppo, con i quali è solito rapportarsi con gli altri e con il mondo che lo circonda: l’azione reale attraverso il corpo. Sfuggendo dagli apparecchi ci stanno dicendo ancora un’altra cosa molto importante: l’invadenza e la frequenza dell’immagine dell’altro sullo schermo rischia di impedire un processo importantissimo per il loro sviluppo. Ricordare.

L’assenza dell’altro spinge l’essere umano a fare memoria riportando alla mente. Difficoltà ormai evidente al giorno d’oggi data, come studi scientifici rilevano, dalla massiva introduzione delle nuove tecnologie. Grazie al pensiero, i bambini possono immaginare la maestra, ricordandola a modo loro: facendo memoria di specifiche situazioni a loro care si sentiranno protagonisti liberi e attivi dentro tale processo. In questo tempo di clausura forzata è molto importante fare esperienza di ciò che, seppur dentro l’impotenza che viviamo, si distingue da essa: perché è ciò che davvero può consentire di rassicurarci, permettendoci di sopportarla al meglio. Non inquiniamo dunque questi preziosi ricordi, perché è sulla base di questi che si rincontreranno quando tutto questo sarà finito, e consentiamogli di coltivare nell’ attesa, il ricordo del tempo piacevole passato insieme.

E quando chiediamo ai bambini di parlare davanti allo schermo, sappiamo cosa stiamo domandando loro?

Alla base della comunicazione ci sono alcuni processi che è bene ricordare.

Non solo la natura umana si fonda sul linguaggio, ma come Holderling scrive “fin dalla nostra nascita, noi siamo un colloquio”. Alla base del dialogo vi è una dinamica di rispecchiamento reciproco: quando ci guardiamo l’un l’altro negli occhi, ci rivediamo nello sguardo altrui, ci sentiamo visti e questa conferma di esistenza, di cui necessitiamo, è garanzia imprescindibile di ogni rapporto.

Oltre a ciò, in ogni dinamica comunicativa, si producono delle reciproche trasformazioni: l’altro parla e l’emozione altrui ci tocca e ci modifica. Senza accorgercene le nostre espressioni facciali mutano, ci sintonizziamo nella carne per avviare una comprensione reciproca. Tale risonanza tonico-emozionale è alla base di ogni relazione.

Queste rimodulazioni reciproche sono costanti e soprattutto, nell’incontro reale con l’altro, avvengono in sincronia.

Ma cosa avviene nello schermo?

Non ci sentiamo visti perché non ci è possibile guardarci negli occhi e inoltre le trasformazioni reciproche ci giungono distorte e in differita. Mancando dunque questi presupposti non siamo certi di essere ascoltati e questo ci confonde e ci turba. Non potendo osservare in sincrono le modificazioni somatiche del viso altrui, e rispondere con le nostre, non riusciamo a capire cosa l’altro pensa e a prevedere cosa dirà o farà: perché la comprensione umana è, come le neuroscienze affermano ormai da anni, “una comprensione incarnata”. Le nostre parole conservano infatti quella trama corporea e pre verbale, che è stata tessuta per condurci alla conquista del linguaggio e alla comprensione stessa del mondo.

Queste confusioni percettive ci ricordano quanto la persona conservi, non solo nei primi anni di vita, una modalità globale di fare esperienza: tutti i nostri sensi devono andare all’unisono per comprendere la realtà e condurci ad organizzare il pensiero e conseguentemente l’apprendimento. Alla base di questo processo vi è dunque l’emozione, il sentire con l’altro incarnandone il sentimento, e tale procedimento ci conferma la profonda natura intersoggettiva dell’umano.

E se il volto è occultato dalla mascherina? Non è possibile vedere la globalità dei movimenti somatici del viso e questa mancanza disorienta: anche se, diversamente dallo schermo, ci è possibile guardarci negli occhi, non riusciamo ad intravedere le trasformazioni originate dall’incontro con l’altro.

La semplice telefonata, pane quotidiano fino a poco tempo fa, permette più facilmente di sentirsi ascoltati, perché consente di cogliere, nei silenzi e nel tono di voce altrui, le modificazioni prodotte dalle mie parole e viceversa. Inoltre, non avendo immagine, permette di raffigurarsi il proprio interlocutore in un processo creativo che ci conferma nei nostri processi psichici.

Questa pandemia, dunque, ci ha precipitati spesso in scelte azzardate e controproducenti che sono rivelatrici della fragilità dei pensieri sottesi e rischiano, attraverso l’uso di tali tecnologie, di amplificare la solitudine a cui questa contingenza ci ha chiamati. Il sistema scolastico, promuovendo l’utilizzo di tali strumenti per consentire una didattica a distanza, non realizza di favorire dinamiche che risultano invece inibenti i processi di sviluppo stessi.

La situazione attuale, fungendo da cartina tornasole, ci sta consentendo di fotografare meglio le vulnerabilità, le distorsioni e le carenze dei sistemi attuali: la parcellizzazione dell’esperienza, che tali dispositivi promuovono, sembra metaforica della frammentazione odierna del sapere. Ma occorre ricordare che necessitiamo dell’umano per restare umani.

Questa pandemia, nella quale ci si è riscoperti vicini proprio grazie alla distanza, ci sta offrendo la preziosa e rara opportunità di riconnettere i pensieri alle azioni, lo studio dei processi alle scelte da compiere: in questo momento è urgente e importante abitare il tentativo di produrre insieme un cambiamento, che s’innalzi pur dentro alle contraddizioni stesse.

Etty Hillesum scrive: “se noi salveremo i nostri corpi e basta dai campi di prigionia, dovunque essi siano, sarà troppo poco. Non si tratta infatti di conservare questa vita a ogni costo, ma di come la si conserva.”

E credo che la nostra carne, imparando nuove geografie e impensabili distanze, abbia ancora molto da insegnare.

Marta Strata è psicomotricista, specialista e formatrice in Pratica Psicomotoria Aucouturier (PPA®)
École Internationale Aucouturier, Membro Commissione Ricerca e Documentazione
www.eia-ppa.org
tel.: 3480891483
www.centroradure.it
mail: martastrata@libero.it

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