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A Osimo c’è “Serendipità”

Pubblicato il 19 settembre 2018 0

A Osimo (Ancona) è nata quella che la sua fondatrice, Emily Mignanelli, ha chiamato “scuola-comunità” dinamica Serendipità.

Si tratta di un’esperienza educativa sorta a Osimo nell’Anconetano e chiamata Serendipità, che, come spiega l’ideatrice, «è nata dalla ricerca e approfondimento di correnti pedagogiche antiche che parlano di rispetto, fiducia e preparazione morale delle insegnanti dell’associazione Lilliput, che dal 2009 si occupa di sostegno alla genitorialità, formazione per genitori e insegnanti e attività educative permanenti per bambini».

«Al momento abbiamo attivi due servizi di “scuola-comunità” dinamica per bambini da 3 a 12 anni- spiega Mignanelli,  laurea in Scienze della Formazione primaria, Scienze Pedagogiche – Anni fa iniziai a interessarmi al Metodo Montessori, dapprima studiandolo autonomamente poi iscrivendomi al corso di specializzazione presso la Fondazione Montessori di Chiaravalle. L’interesse si è trasformato in qualcosa di più e ho aperto le porte alla ricerca della pedagogia sotterranea, abbandonata e dimenticata nei nostri territori. E’ proprio dalla spinta di queste passioni che è nata l’associazione».

I progetti educativi hanno sede a Osimo, in provincia di Ancona, anche se la ricerca pedagogica Emily Mignanelli l’ha fatta anche in giro per l’ America e l’India, in un viaggio-ricerca all’estero di 6 mesi alla scoperta di esperienze educative innovative.

Emily, hai deciso di fare un viaggio in India e in America per scoprire le diverse realtà educative. Com’è nata l’idea di questo viaggio e perché?

Ci sono svariate motivazioni che mi hanno portata a voler partire. Alcune di ordine personale, altre professionale e altre ancora familiare. Dal punto di vista personale ero alla ricerca di comprendere i miei blocchi prendendomi del tempo tutto per me lontana dal lavoro, dalla vita frenetica per permettere ai fantasmi di emergere e farci i conti. Volevo vedere cosa sarebbe successo quando sarei rimasta sola con me, quando non avrei più confuso il mio essere con il mio fare perché il mio fare non ci sarebbe più stato. Durante il viaggio sarei stata solo Emily, non una maestra o una pedagogista o una che lavora nell’educazione. Me stessa e basta e volevo vedere se questo mi era sufficiente, se il mio essere mi bastava o se sarei crollata in baratri di confusione. Dal punto di vista familiare eravamo reduci da un aborto spontaneo, di una gravidanza desiderata e cercata con tanta attesa e amore. Dopo esserci ripresi dal lutto abbiamo deciso che invece di mettere in cantiere una nuova gravidanza ci saremmo presi del tempo per stare assieme noi tre, io, il mio compagno e nostro figlio di 8 anni all’epoca. Un momento di unione profonda, senza lavoro, senza impegni, senza appuntamenti, solo noi. Invece di fare un altro figlio avremmo fatto noi i figli del mondo, per la nostra gestazione familiare. Nessuno di noi immaginava che saremmo tornati a casa in quattro… Infine, ma non per importanza, dal punto di vista lavorativo ero alla ricerca di confronto, di uscire dalla mia esperienza per poterla guardare con maggior lucidità e oggettività al nostro rientro. Ero alla ricerca di dialogo con altri uomini e donne in giro per il mondo che si interrogano sull’educazione, che cercano nuovi paradigmi educativi, che si pongono come obiettivo l’osservazione dei bambini, la ricerca dei loro bisogni senza rimaner arroccati su posizioni ideologiche rigide. Abbiamo girato per scuole differenti, ognuna differente dalle altre. Abbiamo girato tra scuole internazionali, scuole ispirate al pensiero di Krishnamurti, scuole steineriane, Sudbury School, ALC (agile learning centers), scuole nella giungla, scuole nei boschi canadesi, scuole statali, scuole dove ancora si ritiene giusto picchiare i bambini, scuole residenziali e gruppi di homeschoolers.

Che bagaglio ti sei portata al ritorno da questo viaggio?

Più di ogni cosa sento che il viaggio mi ha alleggerita. E’ una legge della fisica, se vuoi muoverti devi esser leggera. Mi sembra di essermi ossigenata, di aver lasciato andare ciò che non serviva, di aver fatto una muta, di aver lasciato pezzi di me qua è là. Mi sono sentita profondamente rinnovata, con idee molto più libere di quanto pensavo fossero precedentemente riguardo l’educazione, pronta a cambi di rotta, pronta ad ammettere limiti e fragilità di quello che stavamo facendo, pronta al cambiamento. Dal punto di vista educativo ho riflettuto moltissimo sul concetto di libertà, su cosa significhi, su come si possa ottenere, su quali possono essere gli effetti positivi e negativi a lungo termine. Non ho raggiunto verità, ma profonde riflessioni che mi tengono desta e in grande osservazione. Ho riflettuto molto su cosa siano oggi gli orizzonti dei nostri figli, sulle possibilità che il mondo offre, sulla nostra responsabilità di educatori nel creare le condizioni per poterle cogliere queste possibilità. Ho riflettuto molto sulle trappole che ci creiamo, sulle rappresentazioni sociali che partono come prodotti di pensiero umano e finiscono per esser considerate necessità e regole evolutive. Ma soprattutto sento che la nostra famiglia è profondamente maturata, eravamo partiti che eravamo una famiglia e durante il viaggio abbiamo scelto con tutti noi stessi di esserlo. Abbiamo affrontato prove difficili, abbiamo dovuto superare ostacoli paurosi, abbiamo fatto fronte a cammini impervi, imprevisti e incidenti. Il viaggio ci ha imposto sincerità, comunione di anime, tolleranza e sostegno. E a coronamento di tutto, il giorno di San Valentino abbiamo scoperto che eravamo diventati quattro a fare il viaggio, in California abbiamo scoperto che con noi c’era un nuovo passeggero…

Che progetti educativi propone l’associazione?

Al momento la nostra associazione porta avanti diversi progetti parallelamente.Dopo un anno di pausa, stiamo riaprendo il nido che è stato il primo progetto avviato dall’associazione nel 2009. Poi abbiamo attiva Serendipità che è una “scuola-comunità” dinamica per bambini dai 3 ai 12 anni. Serendipità si divide al suo interno in due realtà che chiamiamo per semplicità con il nome del colore delle strutture che le ospitano: casa colorata e casa azzurra. La prima è la realtà che ospita bambini in età di scuola dell’infanzia, la seconda bambini in età di scuola primaria e secondaria di primo grado. Parecchie delle nostre attività sono rivolte agli adulti, insegnanti, genitori e nonni. Crediamo fermamente che uno dei principali problemi educativi non sia la scuola tout court, le strutture obsolete, i programmi troppo anziani, le modalità ancor troppo poco rinnovate, ma gli adulti che cresciuti senza rielaborare il lutto delle proprie infanzie usano i bambini (alunni o figli) per rivendicare i loro diritti infanti non ascoltati o per replicare dinamiche perverse messe in atto con loro in un tentativo inconscio disperato di ricevere accettazione e amore dai genitori. Organizziamo molti corsi sia presso le nostre sedi e in tutta Italia, di prevenzione (corsi pre-parto), affiancamento alla genitorialità e all’esser maestri. Cerchiamo di portare a galla la propria storia, di elaborarla, di darle spazio per non far sé che prenda quello dei bambini. Lavoriamo sulla propria autobiografia ma anche sulla comprensione dei meccanismi evolutivi che guidano i bambini. Cerchiamo di avere uno sguardo disincantato su quello che chiamo design educativo per andare al cuore delle situazioni, per guardarle con onestà, con la responsabilità che dovrebbe contraddistinguere l’esser adulti.

Come mai sei passata da un progetto libertario a una scuola dinamica?

Come dicevo prima, il viaggio ha aperto in me moltissime riflessioni riguardo la libertà dei bambini. Dopo aver visitato parecchie scuole dove la libertà non era solo il fine ma anche lo strumento, cioè dove bambini sceglievano sempre e comunque tutto, ho iniziato a ricredermi sulla validità di questo strumento per bambini in formazione. Anche riflettendo sulla nostra esperienza, ciò che ho notato è che la libertà è un ottimo strumento fino a circa 6-7 anni, quando i bambini sono guidati da forze inconsce, i famosi periodi sensitivi che li portano a scegliere attività ed esperienze che gli servono per acquisire abilità psico-fisiche necessarie per accedere ai gradini evolutivi superiori. Successivamente il bambino entra in una fase in cui gli istinti guida si attenuano sempre più per lasciar spazio ad una volontà maggiormente consapevole. In questa fase ciò che ho osservato sia da noi che in giro per il mondo, è che la libertà per potersi manifestare in maniera positiva e costruttiva necessita di un confine ben solido costruito dagli adulti peri i bambini. Un confine che crei limiti chiari, che stimoli, che proponga, che in poche parole non lasci il bambino solo di fronte al baratro della scelta che può esser tanto allettante per noi quanto disorientante per un bambino. Abbiamo così deciso di virare rotta, di cambiare nome alla scuola non perché non condividiamo i principi delle scuole libertarie ma perché sentiamo la necessità di un margine di manovra che ci permetta di non rimanere ancorati a qualcosa che già esiste, che ha una storia e una strutturazione che seppur flessibile esiste. Non siamo una scuola libertaria ma una scuola-comunità dinamica. La parola scuola è per ricordare a chi ci lavora che abbiamo sempre un ruolo e una responsabilità verso l’istruzione dei bambini che ci vengono affidati. Per me è molto forte la frase di Don Milani che dice che ogni bambino che esce dalla scuola senza istruzione è come un passerotto senza ali, ho visto in America ragazzi di 15 anni che non erano in grado di scrivere a mano e ne sono rimasta profondamente toccata e dubbiosa. La parola comunità è per i bambini, per ricordar loro che il principio non è “faccio sempre quello che mi pare perché la cosa più importante è ciò che desidero”, ma “sto all’interno di una comunità e le mie scelte hanno sempre un peso sugli altri, in positivo e in negativo”. La parola dinamica è per il mondo esterno per sottolineare il fatto che il nostro approccio è in continuo movimento, che non abbiamo giurato fedeltà a nessun metodo ma solo ai bambini. Che siamo pronti a muoverci tra ideologie e pensieri nel momento in cui quelle che consideriamo certezze vengono contraddette dall’esperienza. Inoltre dinamica è anche un sinonimo di relazione e noi siamo molto attente alle dinamiche tra persone, tra adulti, tra sistemi familiari. Ad esempio noi maestri facciamo regolarmente sessioni di costellazioni per aggiustare le relazioni tra noi adulti, comprendere perché vogliamo lavorare con i bambini, stanare relazioni ambigue prima che generino tensioni e problemi nel gruppo.

Parlaci del progetto educativo per la fascia secondaria di primo grado.

Da settembre 2018 è attivo un gruppo di bambini di secondaria di primo grado. Per quest’anno frequenteranno la stessa struttura dei bambini della primaria ma dal prossimo il progetto è quello di avviare una realtà residenziale. Per residenziale intendo una scuola dove i bambini vivono assieme dal lunedì al venerdì e tornano a casa per il fine settimana. Le motivazioni che ci hanno spinti verso questa direzione sono molte e forse non è questa la sede per specificarle tutte nei dettagli. Di sicuro l’idea è quella di creare un progetto dedicato agli adolescenti, per i quali al momento il panorama educativo offre veramente poco di differente dall’approccio tradizionale. Un progetto che li accompagni gradualmente verso l’età adulta, orizzonte per loro sempre più vicino. Una scuola che non curi solamente la parte didattica e nozionistica, ma anche l’aspetto esistenziale, di cura di sè, di creatività ed espressione, di avviamento verso il lavoro attraverso la pratica e non la retorica. L’idea è quella di rendere la scuola gratuita o frequentabile a fronte di un piccolo contributo, è un progetto molto ambizioso lo sappiamo, per questo stiamo lavorando molto alacremente per creare reti, partnership, collaborazioni e allargare il progetto alla comunità uscendo dalla nicchia a cui troppo spesso le nostre realtà sono relegate. Nel frattempo facciamo le prove generali, infatti i bambini delle medie 3-4 giorni al mese saranno in viaggio, iniziando a sperimentare la distanza da casa, la scoperta del mondo, la comunità vissuta e le competenze incarnate.

QUI la pagina Facebook della scuola

di Isabella Wilczewski

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