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Paschetto: «Empatia innanzitutto»

Pubblicato il 24 marzo 2020 0

«L’Italia al tempo del coronavirus può anche essere vista come ambiente in cui si svolge un  esperimento sociologico»: l’intervento di Giuseppe Paschetto.

Riportiamo l’intervento di Giuseppe Paschetto,  63 anni, già docente di matematica e scienze alla scuola media di Mosso, in provincia di Biella, unico italiano tra i cinquanta migliori insegnanti del mondo, scelto tra oltre 10mila candidati per il Global Teacher Prize 2019.

«L’Italia al tempo del coronavirus può anche essere vista come ambiente in cui sta svolgendo un gigantesco esperimento sociologico che coinvolge ovviamente anche i ragazzi, gli alunni delle scuole di ogni ordine e grado. La clausura forzata che assume caratteristiche sempre più stringenti, la lontananza dalla scuola, l’ansia per quanto sta succedendo nel Paese, sono elementi del tutto nuovi e che sicuramente lasceranno il segno. La scuola si è subito mossa per trovare soluzioni praticabili, il governo ha messo in campo idee, strumenti operativi, indicazioni organizzative. In tre parole, fino a poco tempo fa quasi del tutto sconosciute come del resto il termine Covid, si condensa l’impegno degli insegnanti che da un mese hanno dovuto reinventarsi un ruolo: Didattica a Distanza (DaD).

Sono emersi il ritardo e le carenze della maggior parte delle scuole e degli insegnanti verso l’utilizzo di piattaforme digitali utili allo scopo, sgradevoli forme di opposizione di una parte dei docenti e dei sindacati verso le nuove modalità di insegnamento imposte dall’emergenza, è venuta alla luce la carenza di strumenti materiali e culturali da parte di una fetta considerevole di famiglie delle fasce più fragili e povere. In questa situazione molti bambini e ragazzi si trovano a passare l’intera giornata con i genitori o i nonni e basta. Eliminate di colpo tutte le altre interazioni sociali. E poi quel senso di incertezza rivestita di ansia e di paura che aleggia per la maggior parte della giornata attraverso il bombardamento mediatico, la quotidiana conta dei morti che riempie di angoscia anche le ore dei giovanissimi costretti tra le mura di casa a vivere una situazione che può essere paragonata solo a quella vissuta dai loro nonni o bisnonni durante la seconda guerra mondiale. Ci sono anche effetti collaterali positivi in questa situazione anomala e drammatica. Ragazzi che vedevano poco e di sfuggita i genitori ora li hanno tutti per sé. Avere molto tempo da riempire può essere una occasione per scremare il superfluo dall’essenziale. Trovarsi privati di una serie di libertà può far riflettere anche i ragazzi sull’importanza di questo bene fondamentale. Trovarsi in difficoltà è utile a capire, si spera, le difficoltà di quelle masse di disperati che da anni bussano alle porte dell’Europa. Si tratti di fame, guerra o epidemie, le ragioni della solidarietà stiamo ora toccando con mano quanto debbano essere sempre presenti nella società.

Ma come aiutare i ragazzi che ben che vada staranno lontano da scuola per due o tre mesi e mal che vada torneranno nelle aule solo a settembre? Il campionario degli interventi messi in campo dagli insegnanti è assai variegato. Si è già detto di coloro che si oppongono per principio: “La DaD non è nel mansionario…Non è nel contratto di lavoro…non può essere imposta…ecc.”. Non vuoi fare lezioni a distanza, ti attacchi al mansionario? Benissimo, ti decurto del 50% lo stipendio. Ma a parte questa fascia di insegnanti il cui atteggiamento non merita ulteriori commenti, come agiscono gli altri? Possiamo dividerli in due gruppi. Nel primo coloro che inondano di compiti, schede, verifiche, utilizzando sì lo strumento tecnologico della rete ma non facendo certo un servizio adatto a far sentire vicinanza, a ridurre lo stress dei ragazzi. In questo gruppo ci sono i prof terrorizzati all’idea di non finire i programmi, preoccupati di trovare un modo per dare i voti con la certezza che i ragazzi “abbiano fatto da soli”. Rispetto a questa categoria di docenti a distanza è dovuto intervenire il Ministero dell’istruzione cn la circolare 338 specificando bene cosa ci si attende dai docenti in questa situazione, cosa si debba oppure non si debba fare. E poi ci sono gli insegnanti che invece capiscono che quello che occorre è soprattutto vicinanza ai loro alunni anche se a distanza, attenzione alle relazioni come e anche più di prima, coscienti che la scuola è innanzitutto una comunità, una rete, di cui alunni e insegnanti, insieme ai genitori sono anelli fondamentali. Le scuole in cui già in condizioni normali la didattica è esperienziale, cooperativa, aperta al territorio, attenta alle specificità di ogni alunno riescono a trovare anche in questa situazione il modo per continuare ad essere un riferimento per perpetrare la “bella scuola” di cui sono protagonisti coi loro ragazzi. Per tutti gli altri dovrebbe essere un modo per mettersi in gioco in modo divrerso, fuori dagli schemi.

Ci sono in rete moltissime luminose esperienze di insegnanti non preoccupati di finire i programmi, di mandare compiti nell’etere, di somministrare verifiche, di dare voti, ma di mandare innanzitutto il messaggio “ti sono vicino”. Ma anche per tutti gli altri, quelli abituati a una didattica tradizionalista, potrebbe essere un’occasione straordinaria da cogliere per cambiare passo.

Ho ben presente, per concludere, la mia scuola, la secondaria di I grado di Mosso, in cui ho insegnato fino a giugno 2019. Oltre all’uso delle piattaforme digitali per fare lezioni interattive fanno anche altro come la pratica della meditazione e della mindfulness tutti assieme, come i pezzi musicali in cui ogni ragazzo percuote, strofina, soffia in un oggetto di uso comune e poi il prof. Mattia assembla il tutto facendo comparire per magia il collettivo dalla somma di tante individualità distanti km l’uno dall’altro. La mia collega Elena scriveva l’altra sera: “Alcuni alunni mi hanno chamato ieri sera. Pensavo avessero problemi con le piattaforme e invece…Prof volevamo sentirla, volevamo solo parlare un po’ e poi darci la buona notte”. Come dire: empatia innanzitutto. Per quanto mi riguarda ancorchè in pensione cerco di dare il mio contributo e produco a getto continuo video di scienze e anche di scienze in cucina, mi diverto a farli anche perché oltre all’aspetto istruttivo sto attento anche a farli strampalati il giusto per strappare un sorriso in questi momenti così difficili anche per i nostri ragazzi!».

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