Per una cultura di pace è necessario educare ai sentimenti, alle relazioni e alle emozioni; intervista a Teresa Barbagli, neuropsicomotricista, counselor e formatrice.
«Molti di noi sono ancora legati alla vecchia concezione che per cambiare lo stato del mondo sia necessario partire esclusivamente dall’esterno, imponendo unicamente cambiamenti attraverso interventi a livello culturale, sociale, politico. In realtà, per avviare una concreta rivoluzione, c’è bisogno di un lavoro contemporaneo, è necessario sia il lavoro su di sè che quello sulle strutture». Sono le parole di Teresa Barbagli, neuropsicomotricista, counselor relazionale e formatrice sui temi della gestione nonviolenta dei conflitti intra e interpersonali, impegnata nella collaborazione con l’Università di Siena.
«Il primo è il lavoro di formazione di una personalità nonviolenta, il secondo quello politico di costruzione collettiva di una società nonviolenta. Anche se di tanto in tanto ci illudiamo che solo l’uno dei due sia la vera soluzione, o quella più efficace e veloce, in realtà sappiamo solo che si devono fare entrambi. Di qui la necessità di un continuo lavoro su di noi perché nella costruzione di una società nonviolenta c’è bisogno di persone che si dedicano concretamente, in un modo o nell’altro, alla creazione di un mondo più vivibile, che partecipano alla vita del pianeta in cui viviamo attraverso pratiche di consumo responsabile e azioni sensibili, in direzione di uno stile di vita più sano e consapevole. Tutto questo presuppone che si debba partire innanzitutto da noi attraverso un diverso modo di agire e di pensare. La soluzione quindi parte da noi. Una Società come quella di oggi ha due possibilità: o collassare(mantenendo le opposizioni e le contrapposizioni) o evolversi. La soluzione sta negli individui, un cambiamento cioè che coinvolge un individuo, poi tre, poi dieci, mille fino a espandersi con un effetto contagio. Non possono esserci eserciti né gruppi che prevalgono se gli individui liberi vivono il loro cambiamento spirituale e lo diffondono con l’esempio. Il mondo è fatto d’individui, non di razze, partiti, squadre, eserciti».
«Si deve partire da una comunicazione empatica con l’altro, che abbatte le paure, le diversità. Questo è l’unico modo per salvare il mondo, diffondendo una coscienza nuova. Tanto più riusciremo a comunicare con l’altro e a cooperare, quanto più riusciremo a uscire dalle nostre opinioni e ideologie, dai nostri punti di vista, per porci in quello degli altri e costruire insieme un mondo di pace e nonviolenza. Le relazioni interpersonali possono essere in armonia solo se le relazioni con se stessi sono in armonia. Conoscere se stessi e il funzionamento della mente umana diventa così un’indispensabile premessa per tutto il resto».
«Educare, come ha sostenuto Maria Montessori, è aiutare la vita ad incamminarsi nelle ampie e sempre nuove strade dell’esperienza con spirito di gioia, di fratellanza, di desiderio di bene, di responsabilità. Laddove, invece, o nella famiglia o nella scuola o nella società, il bambino è messo in una condizione di conflitto, di competizione o sottoposto alla volontà di un adulto dominatore, o impoverito nei suoi immensi poteri, o infine inibito nell’esprimersi nella sua natura e nei suoi desideri, egli sarà costretto alla crudele necessità di nascondersi, di snaturare le proprie sensibilità, di difendersi in un impersonale adattamento. Questa condizione è per il bambino uno stato di guerra, di sacrificio e di sconfitta, perché il suo istinto non è quello della lotta e dell’opposizione, ma della pace e di una libera e consapevole obbedienza».
«Educare gli individui alla Pace, sia in età evolutiva che in età adulta, significa educare alla relazione interpersonale, all’incontro tra volontà e prospettive differenti, al rapporto con ciò che culturalmente è definito come altro da sé. La cultura della Pace è essenzialmente una condizione di apertura alle ragioni degli altri e di rispetto per ogni prospettiva o esperienza, è educazione alla solidarietà, ai diritti umani, alla nonviolenza, ai conflitti, alla mondialità, ma anche processo di costruzione di convivenze. La scuola, intesa come percorso formativo che si snoda lungo un periodo che va dagli asili nido ai corsi universitari, è, dunque, il luogo dove promuovere lo sviluppo della capacità affettiva e relazionale e dove, attraverso una pedagogia della comunicazione, del confronto e della convivenza democratica, è possibile impiantare nella società attuale una reale e ben radicata cultura della pace e della Nonviolenza. La scuola, intesa come percorso formativo che si snoda lungo un periodo che va dagli asili nido ai corsi universitari, è, dunque, il luogo di elezione dove promuovere lo sviluppo della capacità affettiva e relazionale e dove, attraverso una pedagogia della comunicazione, del confronto e della convivenza democratica, è possibile impiantare nella società attuale una reale e ben radicata cultura della pace e della Nonviolenza. Nonostante le riforme susseguitesi negli ultimi decenni, il sistema scolastico e universitario sono ancora fortemente imperniati su una educazione di tipo logo-logico, che si rivolge essenzialmente all’intelligenza cognitiva, trascurando o addirittura ignorando altre importanti dimensioni, da quelle senso-motorie a quelle comunicativo-relazionali, emozionali, artistiche. Nessuno ci ha mai insegnato a comunicare efficacemente e a impostare in modi sani e costruttivi i nostri rapporti con gli altri. Impariamo a parlare e a scrivere ma non ad ascoltare e comprendere realmente l’altro in quanto diverso da noi. Ci viene insegnata una storia umana fatta di guerre ma non ci viene detto niente su come poterle evitare. Riceviamo una formazione professionale senza alcuna formazione relazionale per prepararci ai rapporti che avremo con i colleghi e con i superiori, che pure incideranno in modo determinante sulla nostra soddisfazione o insoddisfazione, sulla gratificazione o frustrazione che ricaveremo dal lavoro e quindi anche sul nostro rendimento. In alcune scuole ci si preoccupa perfino di dare un’educazione sessuale agli studenti, ma niente è fatto per fornire loro una qualche educazione sentimentale e relazionale. Insomma, viviamo in una società tecnologicamente avanzata ma siamo poco più che analfabeti sul piano comunicativo, emozionale, relazionale. E’ necessario per una cultura di pace educare ai sentimenti, alle relazioni e alle emozioni».
Come diceva Krishnamurti (filosofo di origine indiana) :
«la pace individuale è la base sulla quale si stabilisce la pace del mondo», da qui l’importanza di una buona comunicazione con se stessi perché solo comprendendo le nostre reazioni emotive, possiamo davvero comprendere le reazioni degli altri, solo ascoltando i nostri bisogni, lamenti e conflitti interiori sapremo riconoscere quelli altrui e solo prendendo coscienza delle nostre maschere potremo aiutare gli altri a liberarsi dalle proprie, così da instaurare con loro una comunicazione veramente spontanea, sincera e costruttiva.