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Basta compiti!

Pubblicato il 11 novembre 2015 4

Maurizio Parodi è un dirigente scolastico impegnato sul tema del disagio, ha creato il gruppo Facebook “Basta compiti” e ha lanciato una petizione. E’ lui stesso a spiegare cosa lo ha mosso in questa iniziativa. «Sono impegnato in attività di ricerca, formazione, progettazione soprattutto sul tema del disagio scolastico: non il disagio che si esprime a scuola, ma quello che la scuola procura soprattutto ai suoi utenti più deboli e bisognosi, gli studenti che della scuola avrebbero maggior bisogno e che invece sono penalizzati, respinti. Ne ho scritto anche in alcuni libri.I compiti sono una delle cause più gravi di disagio scolastico, perciò ho creato il gruppo facebook: “Basta compiti!”, che conta più di 5 mila iscritti (soprattutto genitori esasperati e indignati), nell’intento di promuovere e sostenere azioni volte a superare una pratica inutile e dannosa, favorendo la riflessione e il confronto tra i partecipanti, la condivisione di proposte e la segnalazione di esperienze alternative. Abbiamo anche lanciato la Campagna: BASTA COMPITI! con la petizione online  che ha raccolto oltre 5.600 adesioni. Successivamente ho creato un gruppo tecnico (“chiuso”): “Docenti e Dirigenti a Compiti Zero”, uno spazio di confronto e scambio di esperienze, al quale sono iscritti 114 docenti tra docenti e dirigenti di ogni “ordine e grado” di scuola».

Quali sono le critiche principali nei confronti dei compiti a casa?

«Chiediamo che i compiti a casa siano aboliti, nella “scuola dell’obbligo”, perché:

  • sono inutili: le nozioni ingurgitate attraverso lo studio domestico per essere rigettate, a comando (interrogazioni, verifiche…), hanno durata brevissima; non “insegnano”, non lasciano il “segno” – dopo pochi mesi restano solo labili tracce della faticosa applicazione;
  • sono dannosi: procurano disagi, sofferenze soprattutto agli studenti già in difficoltà, suscitando odio per la scuola e repulsione per la cultura, oltre alla certezza, per molti studenti “diversamente dotati”, della propria «naturale» inabilità allo studio;
  • sono discriminanti: avvantaggiano gli studenti avvantaggiati, quelli che hanno genitori premurosi e istruiti, e penalizzano chi vive in ambienti deprivati, aggravando, anziché “compensare”, l’ingiustizia già sofferta, e costituiscono una delle ragioni, più gravi, dell’abbandono scolastico;
  • sono prevaricanti: ledono il “diritto al riposo e allo svago” (sancito dall’Articolo 24 della dichiarazione dei diritti dell’uomo) riconosciuto a tutti i lavoratori – e quello scolastico è un lavoro oneroso e spesso alienante: si danno anche nelle classi a tempo pieno, dopo 8 ore di scuola, persino nei week end e “per le vacanze”;
  • sono impropri: costringono i genitori a sostituire i docenti; senza averne le competenze professionali, nel compito più importante, quello di insegnare a imparare (spesso devono sostituire anche i figli, facendo loro i compiti a casa);
  • sono limitanti: lo svolgimento di fondamentali attività formative (che la scuola non offre: musica, sport…), oltre gli orari delle lezioni, che richiedono tempo, energie, impegno, esercizio, sono limitate o impedite dai compiti a casa;
  • sono stressanti: molta parte dei conflitti, dei litigi (le urla, i pianti, le punizioni…) che avvengono tra genitori e figli riguardano lo svolgimento, meglio il tardivo o il mancato svolgimento dei compiti; quando sarebbe invece essenziale disporre di tempo libero da trascorrere insieme, serenamente;
  • sono malsani: portare ogni giorno zaini pesantissimi, colmi di quadernoni e libri di testo, è nocivo per la salute, per l’integrità fisica soprattutto dei più piccoli, come dimostrato da numerose ricerche mediche.

Dalla Carta internazionale dei diritti dell’infanzia, art 31: “Gli Stati membri riconoscono al fanciullo il diritto al riposo e al tempo libero, a dedicarsi al gioco e ad attività ricreative proprie della sua età”».

Una proposta educativa che faccia a meno dei compiti?

«Oggi più che mai è bene imparare, ma è necessario imparare a imparare. E la scuola cosa fa? Gli insegnanti danno i compiti a casa perché gli studenti imparino (memorizzando le nozioni) e imparino a imparare, acquisiscano, cioè, un «metodo di studio». Gli insegnanti spiegano e gli alunni studiano. In altre parole, a scuola si insegna e a casa si impara. Uno stupefacente paradosso. Se davvero la capacità di imparare è per gli individui la risorsa più preziosa, allora la scuola dovrebbe considerarla una priorità istituzionale, dovrebbe collocarla al centro della propria riflessione pedagogica, dovrebbe concentrare su di essa il massimo impegno, dispiegare tutti i mezzi disponibili e profondere le migliori energie (innanzitutto professionali), dovrebbe farne il cuore della propria mission. Invece, a scuola s’insegna e s’impara a casa. A scuola, è bene ribadirlo, non si insegna a imparare, non si forniscono strumenti metacognitivi. Spesso non si va oltre l’esortazione, blanda, ossessiva o terroristica: fate attenzione (ma cosa vuol dire?); procedete con metodo (quale?); concentratevi nello studio (come?). Però i docenti pretendono dai loro alunni l’impiego di un metodo di studio, ne lamentano, in sede di valutazione, l’assenza o l’inadeguatezza, stigmatizzando, nei giudizi, l’incapacità degli studenti più sprovveduti, attribuendo loro per intero la causa della mancanza. Il ragazzo non si applica, è dispersivo, non ha metodo: mai che a tali sentenze si accompagnino dichiarazioni impegnative per l’insegnante (Io che cosa ho fatto per aiutarlo a darsi un metodo?). Ed è perfettamente logico: se è a casa che si impara, svolgendo appunto i «compiti» assegnati, la responsabilità del fallimento non può che essere dello studente e della sua famiglia. Dunque il «compito» principale della scuola è di fatto delegato per intero allo studente che deve provvedervi autonomamente, con proprie risorse, se e quando ci sono».

Cosa rappresenta la consegna a casa nell’approccio educativo con bambini e ragazzi?

«Gli studenti che hanno genitori premurosi e culturalmente attrezzati possono affrontare l’impegno domestico con relativa serenità o minore insofferenza; ma per chi non trova nelle figure parentali sostegno e sollecitudine e magari ne deve subire la latitanza o, peggio, l’intemperanza, l’ignoranza e l’insensibilità, le difficoltà poste dallo svolgimento degli stessi compiti assumono ben altra consistenza; la fatica, spesso incomprensibile e frustrante, è incomparabilmente più dolorosa. Ancora un paradosso: gli studenti che non hanno problemi svolgono regolarmente i compiti loro assegnati e per questo la scuola li premia; gli studenti che invece hanno problemi (personali e/o familiari), quelli che della scuola avrebbero più bisogno, non fanno i compiti, li sbagliano, li fanno male, indisponendo i docenti che per questo li biasimano e redarguiscono, infierendo con brutti voti, note e, finalmente, la bocciatura, punendo così l’indigenza, il disagio, la sofferenza, espellendo dal «sistema» proprio chi nel «sistema» potrebbe trovare l’unica opportunità di affermazione, di affrancamento e promozione. La scuola discrimina e mortifica chi è più svantaggiato, marginale, infelice, declinando in nuova forma l’ingiustizia, l’offesa già subita».

La vostra posizione si colloca in un contesto più ampio che va anche al di là dei compiti a casa?

«L’abolizione dei compiti prefigura una scuola attiva, sensata, promozionale, appassionante, quella auspicata e realizzata da Montessori, Freinet, don Milani, Lodi. Basti pensare che lo svolgimento del compito avviene in assenza del docente: lo studente è abbandonato a se stesso nel momento in cui avrebbe più bisogno dell’insegnante. È una delle poche, se non l’unica occasione nella quale gli alunni si confrontino con le procedure di interpretazione, selezione, sistematizzazione delle informazioni (elaborate, è bene ribadirlo, autonomamente). Proprio la strutturazione, la gestione di questo tipo di tecniche dovrebbero essere particolarmente curate dagli insegnanti: è nella esplicitazione, nella presa di coscienza e nello sviluppo di tali processi che meglio si esprime la professionalità docente; una professionalità molto dichiarata, rivendicata (e poco agita, praticata) che non può essere delegata ad altri soggetti: sarebbe come dire che per insegnare la «cosa più importante» non è necessaria una preparazione professionale specifica (qualunque genitore si può sostituire all’insegnante) o che per imparare la «cosa più importante» lo studente non ha bisogno dell’insegnante (allora superfluo, inutile). Infatti gli insegnanti non ci sono… Ci sono, nel migliore dei casi, i genitori, non di rado gli insegnanti privatamente assunti, spesso nessuno. I compiti a casa sono assegnati, dunque, agli alunni e ai loro familiari, i quali devono farsi carico, pur senza disporre delle necessarie competenze (didattiche), del compito più importante che la società affida ai docenti».

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4 Comments


  • Fernanda nascimben 12 novembre 2015

    purtroppo non ci sono insegnanti preparati x fare questo che sarebbe la cosa più ovvia che tutta la scuola si com portasse così anche perché anche i genitori più volonterosi al giorno d’oggi lavorano tutti e questi compiti a casa sono delegati ai nonni o alle beby sitter ma le insegnanti questo non lo capiscono devono finire il programma che gli alunni abbiano capito o meno non gliene frega niente, sono le persone a casa che devono finire il lavoro ma questo secondo me deve essere cambiato nel sistema scolastico e aggiornare i docenti perché loro vanno avanti da 40 sempre con lo stesso metodo di 40 fa grazie

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  • Muriel 13 novembre 2015

    All’ultimo ricevimento che ho avuto alla scuola media per il mio figlio di 12 anni, ho interrogato la professoressa d’italiano, storia e geografia se dava gli strumenti agli alunni affinché possano avere un metodo organizzativo della scrittura. Un piano ( introduzione, svolgimento, conclusione) fra l’altro. La risposta è che gli alunni dovrebbero già disporre di queste conoscenze… non ho mai visto all’elementare un vero lavoro a questo livello e il risultato oggi alle medie è pessimo. Sembra che gli alunni dovessero arrivare a scuola già pronti a sapere come assorbire le conoscenze buttate dagli insegnanti e rigurgitarle a modo. La scuola mette in difficolta la famiglia entera, e i genitori che si impegnano con i loro figli non ne possono piu! Il sistema dell’educazione nazionale sembra cosi inamovibile che devo cercare una scuola alternativa, cambiare posto di vita per non sacrificare l’infanzia di miei 2 figli. Una mamma molto arrabbiata!

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  • elisabetta 29 novembre 2015

    i compiti in casa sono una violenza nei confronti dei bambini/ragazzi che vengono privati del tempo libero, dell’intera famiglia che ha pochissimo tempo da dedicare tutti insieme allo svago, inoltre e’ una forte violazione della privacy e intimità famigliare costringendo tutta la famiglia a rintanarsi dentro casa compiendo attività imposte dall’esterno

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  • Serenella 2 dicembre 2015

    Gentili Signori Genitori,
    ma ci credete davvero?
    Avete abdicato alla vostra funzione genitoriale, che non è beninteso quella di fare i compiti con i vostri figli, ma di trasmettere loro il senso dell’importanza del sapere, dell’impegno e, guardate un po’ l’abnormità, anche il senso del sacrificio e del dovere?
    Solo in questo modo i bambini e ragazzi acquistano anche il senso del piacere e non sono annoiati di tutto, fragili e incapaci di affrontare la minima difficoltà perché assurdamente iperprotetti: http://www.famigliacristiana.it/articolo/adultescenza-gli-aspetti-critici.aspx

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