Tutta un'altra SCUOLA
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«Avviciniamo la scuola alla vita»

Pubblicato il 13 maggio 2016 0

«Si dice che s’impara per la vita e non per la scuola. Eppure il periodo di scolarizzazione è per molti giovani un tempo distante dalla vita».

Sono le parole di Christian Mancini, esperto di educazione esperienziale che alla seconda edizione di Tutta un’altra scuola terrà un seminario sabato 10 settembre proprio sull’educazione esperienziale outdoor (rivolto soprattutto a insegnanti, educatori e genitori) e che parteciperà alla conferenza pubblica prevista per domenica 11 settembre sull’abbandono scolastico. «Sono numerose le vittime delle credenze morali nate nell’era del dominio e del travaso frontale e meccanico del sapere, come ricorda l’immagine dell’Imbuto di Norimberga – spiega Christian – Il “Drill” scolastico e la continua repressione dell’anima durante le ore di lezione insieme a quantità dis-umane di compiti, hanno creato il più delle volte paure e frustrazione, che producono altissime resistenze emotive negli scolari verso lo studio e la conoscenza».

«L’uso delle metodologie fondate sull’apprendimento esperienziale (educazione non formale) in Italia, specialmente negli ambienti pubblici, rimane ancora poco diffuso, e diminuisce drasticamente nel settore educativo appena puntiamo la visuale fuori dal focus dell’infanzia, per sparire poi completamente  nella fascia adolescenziale delle scuole medie e superiori. È come dire che siamo diventati pedagogicamente cechi pensando che i giovani, anche se non seguiti con una metodologia particolare, troveranno la strada – perché tanto c’è internet, lì si trovano tutte le risposte.  Le fasce d’età delle scuole medie e superiori, oltre che al giusto diritto di godere di attenzioni pedagogiche pari alla prima e seconda infanzia, mostrano una necessità urgente di ricevere un’educazione “esperienziale”, naturale e in tutti i sensi umana».

Quale sono le domande da farsi?

  • L’abbandono scolastico è agghiacciante! Chi e cosa di preciso è abbandonato dagli alunni?
  • La Vita non è una teoria e gli alunni si inaridiscono dietro al banco di scuola – è utile?
  • Desideriamo ancora portare avanti credenze create nei secoli passati attraverso una pedagogia del dominio e della violenza? Ascoltiamo davvero il rumore di fondo?
  • Riveliamo le dinamiche più disfunzionali nelle nostre scuole, ma cosa facciamo per influenzarle in maniera positiva?
  • Possiamo recuperare esperienze, da adulti nella fase di formazione, per prevenire la trasmissione degli stessi impedimenti che abbiamo riscontrato noi da alunni? Possiamo rompere le nostre catene, se nessuno ce lo ha mai insegnato?
  • Vogliamo uscire dalla gabbia dei limiti indotti da una scuola che considera sapere solo quello intellettuale?

Non chiudiamo le frontiere, ma apriamoci al cambiamento!

«In molti esempi fuori dall’Italia è dimostrato che creare un ambiente educativo esperienziale  che stimoli la “testa, il cuore e la mano” non è una questione d’importanti investimenti monetari – prosegue Mancini – Per fare educazione esperienziale non è necessario acquistare i materiali didattici più innovativi e alla moda, o installare Wi-Fi in ogni angolo. Il cuore dell’educazione esperienziale è la profonda e autentica connessione tra maestro e allievo, che nasce solo su un tessuto esperienziale emotivo-relazionale autentico e rimane, se cresciuto sano e naturale, per sempre inacquistabile e incorruttibile dalle provocazioni di una cultura economica fondata dalla competizione umana e l’imbroglio dei sensi».

«La “Reformpaedagogik” (Pedagogia di riforma tedesca) nella Germania degli anni ’60, si fondò su una visione rivoluzionaria della “pedagogia generale”, nella quale ogni alunno è considerato al centro del singolo impegno educativo (Kurt Hahn) – il gruppo si costituisce da tanti individui e, se facilitato, cresce fortemente attraverso se stesso. Si radicò una visione del bambino dotato di un innato e individuale potenziale e canale d’apprendimento, uno spirito attivo e naturalmente curioso di scoprire il mondo nelle sue azioni-interazioni. Questa visione libertaria, non direttiva e sperimentale a 360° evidenziava il bisogno di un ampliamento decisivo dello spazio vitale nei sistemi educativi della scuola, così come di asili e nidi. Questa visione superava grandemente il limite di quanto allora veniva concesso di fare al bambino,  ma infine la pressione pubblica dell’evoluzione socio-culturale – l’era dei Beatles e della liberazione sessuale-  gli anni della rivoluzione pacifica degli studenti e dei forti impegni dei movimenti politici e della scienza, portarono un desiderio di riforma del regime scolastico rigido e povero d’emozioni e fu lasciata via libera  applicando il più possibile Il motto: “Facciamo entrare l’avventura della vita all’interno della scuola, e laddove la vita non può entrare, la scuola farà uscire gli alunni, e gli insegnanti li accompagneranno nell’esperienza”».

«Tutto lo sforzo di quegli anni di dibattito socio-culturale mirava a intensificare la correlazione tra conoscenze (materie scolastiche), abilità (capacità di applicare le conoscenze) e  competenze (capacità di usare conoscenze, abilità e capacità personali, sociali, metodologiche). In altre parole, l’obiettivo, valido ancora oggi, è facilitare lo sviluppo di un comportamento autentico degli alunni verso la meta scolastica collegata con la vita. In molti paesi questo si realizza tramite un denso tessuto in cui si incrociano le istituzioni scolastiche, le Associazioni e le aziende private, offrendo reali esperienze di apprendimento . Si parte dalle offerte più semplici, come la settimana in fattoria per le scuole primarie, fino ad offerte più complesse ed esperienze professionalizzanti, come tirocini e stage prolungati per le scuole medie inferiori e superiori all’interno di aziende ed organizzazioni pubbliche».

Quali domande ci dobbiamo fare?

  • Quante uscite di socializzazione, gite scolastiche e scoperte si offrono oggi ai bambini?
  • Quante volte invitiamo i bambini all’avventura della quotidianità?
  • Abbiamo chiaro quali sono le esperienze che vogliamo facilitare? E nella pratica, sono quelle che davvero insegniamo?

Perché la vita è fatta di esperienze in connessione…

«L’approccio dell’educazione esperienziale prova ad agire attraverso i tre canali principali dell’apprendimento, la testa (il lavoro cognitivo), il cuore (il lavoro emotivo) e la mano (imparare è movimento), e usa una globalità di linguaggi e strumenti per accompagnare lo sviluppo della percezione del valore di ogni singolo evento, vivendolo come risorsa d’esperienza personale e possibilità di crescita e cambiamento. Non vorrei definire l’educazione esperienziale banalmente come una metodologia didattica con strumenti differenti da quelli tradizionali e/o convenzionali, ma diretta alla solita direzione pedagogica. Vorrei invece parlare di educazione esperienziale, elevandola ad un piano più ampio, libero di marchi e privo di bandiere individuali, e provare a descriverla come un atteggiamento di vita verso se stessi e verso gli altri esseri viventi. Una filosofia educativa di base filantropica, questa, che nasce da importanti filosofi e autori visionari come J.Rosseau, J.H.Pestalozzi, John Dewey, Kurt Hahn, molti altri diffusa oggi in ampi spettri di lavoro (Educazione – Sociale – Business)».

«In alcuni paesi del mondo, come negli Stati Uniti, Inghilterra, Scozia, Austria, Germania, Finlandia, Svezia, Danimarca, Norwegia, Svizzera, Belgio e altri, all’inizio di questo secolo, sono nati diversi master universitari e in seguito una laurea triennale in educazione esperienziale. Esistono ricerche universitarie in tutto il mondo che hanno creato le basi fondamentali teoriche e pratiche della metodologia esperienziale. Esse sono rigorosamente riconosciute dalle neuroscienze e da specialisti del settore della psicologia e pedagogia: Manfred Spitzer, Giacomo Rizzolatti, Carl Rogers, Daniel Goleman, David Kolb e Sir Ken Robinson, solo per nominare alcuni dei piu conosciuti attori sul campo. Il messaggio fondamentalmente nuovo di tali ricerche è di palesare la necessità di un cambiamento radicale nell’insegnamento in campo educativo. Educazione e insegnamento a scuola devono significare un percorso di esperienze a 360°. Perchè l’apprendimento è una globalità di processi dinamici, costruiti da diversi elementi del benessere che, come ormai dimostrato, non si possono isolare l’un dall’altro».

Cosa è un’esperienza autentica?

Per definizione – Dizionario Treccani – l’esperienza è “una Forma di conoscenza diretta, personalmente acquisita con l’osservazione, l’uso e la pratica, di una determinata sfera della realtà. In questo senso si definisce comunemente esperto colui che ha acquisito particolari competenze in campo pratico sulla base di precedenti e ripetute acquisizioni“.

«In qualche modo possiamo dire che l’esperienza è un evento esterno, che ci accade e lascia una traccia, o meglio ci trasforma, provocando un cambiamento interno, che a sua volta farà uscire qualcosa di nuovo influenzando anche i prossimi eventi – prosegue Mancini – Quando questo processo avviene possiamo parlare di un’esperienza autentica e individuale. Se invece rimaniamo indifferenti davanti a un evento, tutto rischia di rimanere fine a se stesso, distante, e si perderà l’accaduto, che sarà relegato nel dimenticatoio assieme agli eventi banali e non significativi».

Esperienze a scuola?

«Al centro di ogni attività educativa si può scegliere come impostare la relazione tra chi educa/ insegna e chi apprende. Questa relazione è fondamentale e da sempre dovrebbe essere la presenza umana autentica tra i coinvolti la questione di principale interesse, e il vero obiettivo da perseguire. Difficile ottenere coinvolgimento? Impossibile? Gli adolescenti, ad esempio -questa massa apparentemente inerte e priva di interesse di fronte all’adulto- hanno una perfetta percezione e la usano attivamente e bene, se la loro presenza viene realmente valorizzata, e se si accende un vero interesse per la ciasc’unità e i bisogni di ogni singolo. Per dirla diversamente (e forse con un pizzico di provocazione), i giovani sono dotati di un potente radar che svela immediatamente la qualità di relazione proposta dall’adulto, e in loro  suona un allarme, quando percepiscono solo un confronto tra ruoli o la mancanza d’autenticità degna degli essere umani».

«Chiamarsi per cognome a scuola o salutare la classe per numero, sono solo due semplici esempi che smascherano tutto un sistema educativo troppo indifferente, asettico e con criteri di scelta competitivi e professionali. Diverse esperienze all’interno delle scuole fanno pensare che gran parte del personale scolastico, per molta parte  altamente qualificato ed esperto nell’insegnamento tecnico della propria materia, continua a desiderare e coltivare un’atmosfera di distanza comportamentale, una distanza emotiva che però va a intaccare la qualità  relazionale tra professore e alunno e dunque la resa dell’insegnamento, dell’apprendimento e dello studio. Poichè l’insegnamento non è una mera questione tecnica. La scuola non può più essere, come durante le grandi fasi di industrializzazione, solo una grande fabbrica di sapere: dovrebbe avanzare in tutti i sensi e diventare spazio socio-culturale, punto d’incontro di formazione e d’educazione a tempo pieno tra proposte pubbliche e private, anche fuori dagli orari delle lezioni».

«Una grande prova per l’insegnante è trovare sempre strategie per includere con pazienza ogni singolo preso nella sua individualità emotiva e fisica, e facilitare poi il suo inserimento nella comunità scolastica anche in maniera verticale nelle età, e non sono all’interno della propria classe. Non può esistere una scuola suddivisa in tutti gli aspetti per età, non è l’esempio naturale delle nostre società; e nemmeno può esistere un’ora di lezione senza momenti di leggerezza e sorrisi, senza attimi di consapevolezza e silenzio. L’ondeggiare tra espressione e impressione, trovare l’equilibrio tra afferrare e rilasciare cose e pensieri, tra dedizione e distanza nella relazione, facilita il verificarsi di esperienze importanti, anche nelle situazioni più ordinarie della vita in classe. È questa la vera arte dell’insegnamento e la profonda sfida lavorativa e personale di ogni insegnante o educatore».

Aiutare ad amare le domande, non a temerle.

L’arte di insegnare inizia con la consapevolezza sull’imparare.

«Se consideriamo e accettiamo come impara realmente l’essere umano, dobbiamo applicare una metodologia didattica che tiene principalmente conto degli intrecci tra il pensiero, l’emozione e l’attività motoria, che sono profondamente connessi e inseparabili. Il tema è al momento più attuale che mai, e anche sul mercato della formazione privata si trovano seminari dal  titolo “Se tu mi insegni, io imparo?”. Nell’energia della domanda sta a scintilla della curiosità, e l’approfondimento può avvenire solo attraverso un continuo di domande nuove. Avere sempre nuovi quesiti è il vero pregio del cervello umano, dimostrandosi strumento principale della scienza. Proprio per il valore infinito della domanda, un insegnante ha il dovere di nutrire l’alunno con le qualità necessarie per imparare a creare nuove domande e a trovare in autonomia nuove risposte. Il seguente detto puntualizza questo concetto molto bene: “The best teachers are those who show you where to look, but don’t tell you what to see.”».

Quando puntiamo un dito verso gli altri, almeno tre dita sono sempre puntate su di noi!

«Ammetto che non ero tra gli alunni più coraggiosi e sentivo spesso forte imbarazzo e irritazione ad alzare la mano e esporre a voce i miei pensieri. Ogni tanto davanti a una domanda diretta a me, fallivo gloriosamente persino nel tentativo di trovare la mia voce, borbottando qualcosa ma restando bloccato dalla paura, dal sapere di non sapere il “giusto” da dire. Oggi. dopo percorsi di (auto-)formazione, riconosco il comportamento altamente disfunzionale che tuttora è realtà nella vita di troppi alunni. La paura della domanda impedisce ogni creatività e spegne ogni scintilla divergente. Credo che dobbiamo accettare e ammettere un evidente “fallimento” dell’educazione all’errore e al rischio, in tutti i sensi:  purtroppo trova ancora ragioni e sostenitori quel tipo di insegnamento che premia ad hoc il risultato e sottolinea le mancanze. Che esperienza sarà vedere il quaderno dell’amichetto di banco con un voto d’eccellenza  – che esprime l’essere bravo più del possibile (superbravissim*+), mentre la propria pagina non è nemmeno degna di rimanere parte del proprio quaderno e viene strappata via? Se tu mi insegni, io cosa imparo?».

«Oggi mi auguro che gli insegnanti imparino da esperienze insieme in natura. Risvegliare, o almeno parzialmente recuperare, competenze analogiche del bambino interiore è una contromisura potente al distacco relazionale tra chi insegna e chi apprende. Riconosciamo finalmente il valore della formazione non formale, non solo per la fascia della prima infanzia. E iniziamo a pensare come aiutare il personale che da anni è già nel mestiere, ad addentrarsi nella formazione non formale. Gli eventi fanno emergere emozioni, le emozioni danno il valore alle esperienze, e queste formano le abitudini, le opinioni e infine le credenze delle propria vita individuale. Nell’educazione esperienziale Outdoor miriamo ad un contesto di facilitazione dell’apprendimento e aiutiamo a disimparare schemi ed impostazioni comportamentali “non utili”. Mi auguro figure di insegnanti che si connettono con gli allievi, e comunicano in ogni momento di essere una risorsa e non un ostacolo all’alunno. Se un bambino non conosce la risposta a una domanda, provate a non giudicarlo in nessun modo, e aiutatelo a creare una nuova domanda».

L’entusiasmo dell’insegnare è un catalizzatore sistemico

«Un altro potente catalizzatore è la qualità di relazione dell’insegnante con la materia che insegna, insieme alla metodologia e didattica che applica. Qui sia ricordato che spesso, se non disimparati in corsi di formazione, andiamo ad applicare schemi di dominio e violenza nella comunicazione simili a quelli con cui abbiamo dovuto confrontarci faticosamente durante la nostra infanzia e adolescenza. Vi ricordo il potentissimo radar dei giovani che percepisce la differenza tra mestiere e passione. I veri Skills del mestiere educativo sono la passione, l’entusiasmo e le competenze trasversali, e una porzione di autocritica verso il proprio fare e la materia d’interesse. Questi sono i veri fattori di base per coinvolgere gli alunni ad una partecipazione e confronto autentico con i contenuti. Non possiamo continuare ad inserire insegnanti in materie che non hanno approfondito e dove il percorso di formazione non tiene conto di quanto sia importante essere in primis un educatore e poi un insegnante. Per definizione l’educazione esperienziale prova a trovare soluzioni per connettere gli obiettivi formativi della scuola con gli eventi attuali ed emozionanti nel mondo, e prova a fare ponte a domande e riflessioni interiori degli alunni. Qualunque momento vissuto per realizzare questo principio, diventerà una lezione d’educazione esperienziale».

«Sappiamo che molte scelte di vita in merito al lavoro sono state maggiormente influenzate dalle esperienze vissute in relazione ai nostri insegnanti, e solo in un secondo momento derivano dall’interesse di specializzazione. Perché abbiamo scelto il liceo classico invece dello scientifico? Perché non ci piaceva la matematica o le scienze e nemmeno l’inglese?  Certamente non era la nostra intelligenza o energia vitale a mancare: è molto più probabile  che abbiamo vissuto esperienze autentiche e reali con alcuni insegnanti, che ci hanno facilitato a loro volta ad avvicinarci meglio alla loro materia, e che invece con altri insegnanti questa facilitazione non sia riuscita o sia stata addirittura impedita dal tipo di relazione instaurato da parte loro con gli allievi.  Sarà più semplice ricordare  perché non abbiamo scelto alcune materie e direzioni, che trovare i  profondi motivi per cui facciamo quello che facciamo. Gia più di venti anni sono pubblicate importanti ricerche ad esempio per nominare una dalla American Psychological Association che (scarica il pdf.) evidenzia una forte responsabilità alle esperienze vissute in contesti educativi come la scuola e il doposcuola per le nostre scelte di vita».

Imparare è Movimento – Un approfondimento sull’ Educazione Esperienziale Outdoor

«Sappiamo d’imparare attraverso l’uso logico cognitivo, che è influenzato dalla reazione emotiva verso il contenuto di apprendimento e l’interlocutore a disposizione, e questo concetto sembra arrivare all’orecchio di tutti, ma rimane da chiarire una cosa:  la mano cosa fa? Attraverso il seguente Video creato da colleghi statunitensi vogliamo invitarvi a scoprire le potenzialità del fare, del movimento e dell’insegnamento esperienziale Outdoor a scuola. L’approccio esperienziale include  l’uso di attività artistiche, esperienze di piccolo artigianato ed educazione Outdoor, che agisce principalmente attraverso il team building, il movimento (Rope School) e le avventure di gruppo immersi in ambienti naturali.  Ogni realtà che vive i principi di un’educazione esperienziale a 360° vuole investire una buona parte di ore in attività centrate sull’uso intero e mirato dell’apparato corporeo. Abbiamo eccellenze in Italia come le scuole Montessori, le realtà Waldorf e la rete scolastica Scuola Senza Zaino che hanno compreso l’importanza della praticità motoria e dell’attivazione del corpo per uno sviluppo effettivo delle capacità d’apprendimento, ma questo non significa affatto che possiamo accettare una scuola pubblica rimasta indietro nel tempo».

«Cosa pensiamo del fatto che all’interno dei percorsi di formazione per educatori e insegnanti ancora non è considerato importante fare esperienze outdoor, trasmettere la gioia della prova ed errore, del rischio educativo, o della passione del sentirsi in “carne ed ossa”? Esperienze di forte impatto emotivo come arrampicarsi su un albero, fare trekking in natura, attraversare con zattere auto-costruite un fiume, o vivere semplicemente diversi giorni in natura, non sono requisiti del curriculum formativo di alcun percorso di formazione.  Provocando, penso che ci sono al momento piu formatori esperienziali aziendali che educatori ad usare strumenti e modelli dell’experiential learning.  Ciò significa che le aziende e non le scuole, usano l’outdoor education come pratica per sviluppare abilità: perchè? Temo che siamo diventati ciechi da un occhio, escludendo in partenza un canale principale d’apprendimento, quello cioè del movimento in ambienti naturali. Nello stesso momento ammiriamo con l’occhio rimasto i risultati “popolari” dati dalle neuroscienze (neuroni specchio). Ma a cosa servono i risultati scientifici se non sono importati e applicati nella scuola? Per uscire dalla trappola autocostruita nel tempo dobbiamo riconoscere di avere fondamentalmente sbilanciato l’equilibrio naturale dell’apprendimento su un piano di lezione e insegnamento “dimostrativo” e poco sperimentale o sensualmente impercettibile. Abbiamo un’alta quota di personale scolastico ed educativo cresciuto e formato proprio nel sistema che vogliamo abolire».

«Per semplificare l’uso delle metodologie esperienziali vorrei introdurre uno schema di orientamento delle dimensioni di un progetto educativo. Il modello dei sei pilastri è fondamentale nell’educazione esperienziale e vuole dare un primo orientamento nella progettazione del lavoro con gruppi. I pilastri che reggono il tetto del concetto fondano su principi e valori di un’etica non violenta e una cultura filantropica orientata ai diritti e doveri umani. Il tetto dell’educazione esperienziale regge anche in caso di mancanza di alcuni pilastri. Ad esempio può mancare l’elemento della natura se lavoriamo seguendo il “City-Bound” – opposto dell’Outdoor Education che si svolge in contesti urbani delle città. Al centro si trovano i due elementi principali: il gruppo e l’avventura. L’orientamento scientifico, un pilastro fondamentale, si basa sul ciclo d’apprendimento di David Kolb e parte da una pedagogia non direttiva fondata da Kurt Hahn in Germania e in un’evoluzione parallela da John Dewey negli Stati Uniti. Infine, per chi vuole approfondire in maniera dettagliata, vorrei evidenziare una delle più recenti ricerche internazionali sul campo dell’Educazione Esperienziale Outdoor pubblicizzata nel 2015 dal Social Science Research Unit (SSRU), unità di ricerca sperimentale dell’ UCL Institute of Education, University College London, che riconosce la metodologia dell’educazione esperienziale come strumento di affiancamento potente per recuperare e allenare un’ampia quantità di competenze trasversali cosi tanto richieste nel mondo di oggi».

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