Le parole di Katia Guerini, insegnante che ha seguito il nostro convegno online “Oltre i divieti e le maschere: l’educazione che vogliamo, anche a scuola”.
Riportiamo integralmente le riflessioni che Katia ci ha fatto avere dopo avere seguito in diretta streaming il convegno online organizzato da “Tutta un’altra scuola” (e che potete rivedere qui).
«Sono Guerini Katia e insegno nella scuola dell’infanzia da 25 anni.
Insegno con passione e dedizione; pronuncio con orgoglio queste parole non affiliandomi alla schiera degli appassionati alla scuola ma infelici perché poco riconosciuti e mal pagati, ma come Persona che, quando al colloquio con le famiglie in previsione degli esami di terza media la prof.ssa Rosangela Raffaele (da me amatissima e stimata e cui devo la mia prosecuzione degli studi, dopo una crisi fortissima al primo anno di superiori a seguito del terrore inflittomi da una collega di italiano) mi chiese: “ Katia che hai scelto di fare dopo le medie?”, alla mia risposta “ Le magistrali perché voglio fare la maestra”, si girò verso mia madre e disse: “ Per le capacità e l’impegno, io vedrei bene Katia in un liceo”. La proverbiale intelligenza emotiva di una madre che non aveva studiato, ma che nello studio credeva, fece rispondere alla professoressa: “Se Katia ha scelto così, Katia farà le magistrali”. Non sempre mia madre sarà così magnanima a sostenere le mie scelte di vita, ma in quella occasione si mostrò lungimirante e rispettosa del mio sviluppo.
Approdo alla scuola con l’entusiasmo di chi partecipa alle riunioni anche da supplente (ossia non obbligatorie), certa del mio bisogno di apprendere, imparare, conoscere.
Dopo 2 anni dal ruolo, mi laureo in Pedagogia e, nonostante il pensiero comune indichi nei “reparti alti della scuola” (a cui la laurea ora mi permetteva di accedere) la vera realizzazione di un docente, sento che nell’infanzia c’è il mondo libero che mi affascina, avverto il senso di cura che sento insito nel mio animo.
Gli anni strascorrono velocemente; 25 anni volano più di quello che ci si immagina: ho seguito tutti i corsi di aggiornamento possibili e immaginabili, scegliendo tra quelli considerati “alternativi” e “diversi”.
Negli anni scolastici ho sempre avvertito sulla pelle i colleghi “vecchi”, “stanchi”, “malandati”, a prescindere dall’età o dall’anno dell’immissione in ruolo; la Scuola non ha bisogno di loro. La Scuola ha bisogno di Persone vive, attive, curiose, critiche, alternative. La scuola ha bisogno di ossigeno.
La scuola deve riappropriarsi di quel ruolo squisitamente politico che si interessa all’Uomo, al cittadino. Il concetto di “Scuola politica” è stato espresso, a mio parere, in modo molto intenso dal Prof. F. Dubet (Università di Bordeaux) nel convegno A.D.I. del 2018, quando si soffermò ad analizzare il fallimento della scuola nel suo intento di rendere migliori gli uomini: la nascita dei populismi e del pensiero unico né è la dimostrazione. Il ruolo degli adulti, in questo percorso, è fondamentale: adulti cresciuti e formati in tal senso, divengono passaggio inalinabile per una scuola sana in cui emerga chiaro il concetto: tu vali, tu sei parte attiva di questo percorso, quello che sarà domani dipende anche da te adesso.
Uno Stato che non investe sulla scuola è uno stato necessariamente perdente.
In una biblioteca danese una collega mi disse di aver letto: “La cultura costa, l’ignoranza ancora di più”. Questa frase riassume l’importanza che ha per me la scuola: luogo laico di incontri e conoscenza, scambio e Amore, relazione e confronto. Scuola come Vita.
Resitere emotivamente, come docente, dentro un clima svilente, burocraticamente massacrante, pedagogigamente vuoto di intenti reali che nasconde la pochezza dietro paroloni pomposi di stampo europeista “perché così fa più bella figura”, non è facile.
E intanto io proseguo il mio percorso: alcune battute d’arresto, qualche sconforto e la convinzione sempre più forte in me che la scuola non viene abbattuta dalle varie ed inutili riforme, ma si corrode dall’interno, per mancanza di scintille vitali.
Poi arriva il Covid- 19 e con esso la convizione personale che, culturalmente parlando, nulla potrà essere come prima.
E così, come in primavera spunta l’erbetta fresca, i social si riempiono di parole come outdoor, homeschooling, parental education… la nuova e unica via possibile per salvare i nostri figli e le nostre figlie dalla macchina trituratrice perdente a cui si è ridotta la Scuola. Tutto sembra essere migliore della scuola.
Necessariamente mi sono chiesta: perché?
Si parte dai dati oggettivi, inutile mettere la testa sotto la sabbia: la scuola è attualmente perdente perché non si è rigenerata realmente; non si è nutrita realmente di Amore e Vita, nonostante gli insegnamenti dei grandi pedagogisti italiani; la scuola ha, in certo senso, abdicato al suo ruolo accogliente per dare spazio a quello della formazione valutativa ( valutazione a cui gli stessi docenti non amano assolutamente essere sottoposti) e dove il piacere è uscito dall’apprendimento.
Ma chi come me nella scuola ci crede?
Capisco e comprendo i genitori fortemente spaventati dalla situazione che si prospetta al rientro a settembre 2020, ma io nella scuola ci sono, ci voglio rimanere e non per obbligo, per tranquillità economica o per abitudine; ci resto perché VOGLIO rimanere.
Se tutti i docenti sensibili alla situazione, che non hanno accettato quello che il pensiero unico vorebbe imporre relativamente al Covid- 19 se ne vanno dalla scuola, che succede?
Non sono ancora pronta a credere che la scuola non abbia più nessun ruolo da svolgere, che non serva più.
E mentre si cerca ci si può trovare a un tavolo come quello proposto da Terra Nuova Edizioni.
Un incontro di cui vorrei fortemente ringraziare per l’immissione di positività che mi ha dato. Non si è parlato di come necessariamente rinunciare alla scuola ma di cosa la scuola avrebbe bisogno, per rinascere.
Gli interventi a cui ho assistito mi hanno fortemente motivata perché trovare conferma che c’è chi crede ancora nella scuola, chiaramente con caratteristiche e formule molto diverse dalle attuali, è stato per me significativo.
Ho sentito vicino al mio sentire, in particolare, gli interventi di Adele Caprio, Paolo Mottana e Sabino Pavone.
Assistere a un incontro in cui si è riflettuto sull’economia come produttice di ineguaglianze; dire apertamente senza trincerarsi dietro alle solite paure dettate dal perbenismo, di cui la scuola è invasa, che è l’economia che governa e che le sue ragioni sono entrate prepotentemente nella scuola, fermarsi e dirsi: “Ci rendiamo conto che è successo qualcosa di importante? “, riparlare della morte, del fermarsi come occasione di interrompere la corsa allo sfruttamento emotivo e ambientale del mondo, riportare al centro la dimensione della finitezza che poi significa riportare al centro la Vita proponendo “il Vuoto” come esperienza e vissuto, dirsi del bisogno di staccarsi dal mondo frenetico e riportare sul tavolo educativo l’importanza di dare spazio ai bambini/e e ai ragazzi/e, l’ho trovato al limite del commovente.
Ho sentito parole di cui avevo bisogno, per udirne il suono evocativo; dopo “competenze chiave di cittadinanza e compiti autentici” vedere porre in modo perentorio la domanda “Ma chi fa la scuola?”, e “Come si può pensare che verrà mantenuta la distanza: lo può dire solo chi dei bambini/e non ha nessuna idea!” è stato come immergersi in un bagno caldo rigeneratore dopo una lunga e fredda giornata in cui si ha bisogno di prendersi cura di sé.
Io sono fra gli insegnanti che non potranno far passare il concetto della distanza come qualcosa di doverso e importante: semplicenente perché un concetto simile non può essere afferito all’uomo, per definizione ontologica.
Scomodiamo pure Aristotele che ha visto, tra i bisogni primari dell’uomo, quello sociale e la socialità. D’altronde, è anche fondamentale dal punto di vista epistemologico, per il processo della conoscenza, dobbiamo fare esperienze della natura che ci circonda, degli oggetti che la compongono, e soprattutto dell’altro, del nostro affine. Lo scambio delle opinioni, il dialogo, il vivo rapporto con il nostro simile non può far altro che arricchirci, contribuire al nostro processo di formazione: ci apre a nuove conoscenze, a nuove idee, a nuovi punti di vista.
Molti secoli dopo, all’inizio dell’800, ritroviamo l’importanza del ruolo del prossimo in un altro, fondamentale, filosofo. Si tratta del tedesco Hegel, che, in diversi punti della sua ampia e complessa trattazione, sottolinea la necessità dei rapporti sociali. Questo bisogno nasce dall’incapacità della coscienza individuale di comprendersi e riconoscersi in autonomia. L’intersocialità, il “vedere gli altri”, è di fondamentale importanza perché il singolo individuo possa capire prima di tutto se stesso. Possiamo essere “per noi“, ovvero riconoscere cosa siamo, se innanzitutto siamo “per l’altro“, e viceversa. Gli altri sono necessari a noi come noi siamo necessari agli altri.
I bambini/e, nel loro sviluppo, non possono fare a meno dell’esperienza fisica: chiedere alle persone di non toccarsi, abbracciarsi, sentirsi, è chiedere una forzatura innaturale… e perché dovremmo chiederla?
Per la salute? E cosa è la tanto sbandierata salute? Essa non consiste solo di “assenza di patologia” ma è ben altro e una Persona svilupperà un benessere fisico con molta più difficoltà se allontanato socialmente dagli altri Uomini e dalle altre Donne.
Nella scuola c’è anche chi, come me, pensa questo.
Chi, nella scuola, non si sottometterà passivamente ad accettare il pensiero dominante che si vuole imporre nel nome della paura della morte.
I bambini/e hanno bisogno di gioire liberamente, senza paure e ricatti.
Si ha tutti bisogno di tornare a ri-vivere ed il Covid lo ha permesso: attraverso la pausa, lo stop, il fermo.
Ecco, io mi auguro che dalla crisi che obbliga il cambiamento, anche chi fa la scuola, colga l’enorme occasione che si ha per creare comunità educanti, usando le parole di Adele, che possano immaginare modelli di vita nuovi e diversi, basata su paradigmi, anche economici , che riposizionino l’Uomo al centro.
Alle parole devono seguire i fatti. Domande-stimolo come “Cosa posso fare di diverso?”diventano fondamentali perché non si può pensare di ottenere risultati diversi continuando a mettere in pratica le medesime procedure. Che la scuola si rimetta realmente in discussione, che si interroghi in merito a “Che qualità della Vita voglio?”con le idee ben chiare: nessuno salva nessuno. Ogni adulto educante porta con sé la responsabilità di quel seme generatore che deve spargere alle sue spalle senza nemmeno girarsi a vederne i frutti, ma agire, fare, proporre, operare.
La scuola ha bisogno di insegnanti che sentano dal loro profondo di voler dire “ Io Amo la Scuola” proprio perchè consapevoli che, tra dire e fare bisogna veramente amare».
GRAZIE KATIA!
Chi volesse rivedere il convegno online “Oltre i divieti e le maschere: l’educazione che vogliamo, anche a scuola” può farlo:
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