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Dislessia? Il riscatto sul palcoscenico

Pubblicato il 27 maggio 2016 0

Francesco Riva, 22 anni, porta in scena la dislessia. Con forza, ironia e con tutta la sua determinazione. «Un riscatto e una formidabile lezione».

Francesco Riva è un giovane attore che ha scritto e portato in scena un monologo che possiamo definire “socialmente utile”: dà voce a tutti quelli che hanno disturbi di apprendimento. È un po’ la sua storia, dalla quale ha saputo trarre forza e solidità.

“Wolfgang Amadeus Mozart, Muhammad Ali, Thomas Edison , Steven Spielberg, Anthony Hopkins, e tanti tanti altri ancora, tutti grandi, grandissimi…dislessici”. È una battuta del monologo “DiSlessiA… Dove Sei Albert?”, che sta andando in scena in un tour le cui tappe danno spesso il tutto esaurito. L’autore e attore è Francesco Riva, un grande, grandissimo…dislessico. E’ infatti per raccontare la sua esperienza di alunno, e di ragazzo che ha saputo fare della sua dislessia un punto di forza, che Francesco, classe 1993 originario di Fiesole ma milanese d’adozione, ha deciso di scrivere e portare in scena questo monologo.

Ma cos’è la dislessia? La dislessia rientra nel gruppo dei DSA, Disturbi Specifici dell’Apprendimento, che altro non sono che disfunzioni neurobiologiche che determinano importanti difficoltà ad apprendere. Nello specifico con la dislessia si ha difficoltà leggere, se le difficoltà sono nella scrivere si ha disortografia e disgrafia, mentre se si hanno nel calcolo si ha la discalculia. Secondo i dati raccolti dall’Istituto Superiore di Sanità nel 2011, la percentuale di persone, in età evolutiva e per la lingua italiana, ad avere questi disturbi è del 3,5%. Considerando che la popolazione scolastica italiana tra i 6 e i 18 anni si aggira sui 7 milioni di studenti (1)nelle scuole italiane ci sono circa 245.000 studenti con DSA. Per regolamentare e sostenere la programmazione dell’insegnamento agli alunni con DSA, è stata emanata una legge, la Legge 170 “Nuove norme in materia di disturbi specifici di apprendimento” pubblicata nell’ottobre del 2010 con lo scopo di dare nuovi strumenti alla scuola. Se sulla carta questa legge dà tutti gli strumenti per aiutare gli insegnati a fornire tutti i mezzi necessari per superare le difficoltà legate ai DSA, non sempre la scuola li attua e talvolta l’alunno si trova ad affrontare da solo le problematiche legate all’apprendimento e al disagio che Pennac nel suo libro Diario di scuola, chiama “dolore dell’apprendimento”.

E’ di questo dolore, delle difficoltà ma anche della felicità della rivalsa che Francesco parla nel suo monologo, che non si limita a essere autobiografico, ma da voce a tutti i bimbi che come lui hanno un disturbo di apprendimento.

A spiegare il suo percorso scolastico, le difficoltà incontrate e com’è nato il suo monologo con la sua urgenza di raccontare un problema sociale come i DSA, che spesso vengono ignorati in Italia, è proprio l’attore Francesco Riva.

Cos’è per te la dislessia?

Dal mio punto di vista la dislessia è una marcia in più. È quasi una parte di te, come nascere con i capelli scuri o i capelli biondi. Una persona con dislessia, avendo una biodiversità neurale differente, cioè i neuroni sono fatti in modo diverso, non può guarire, perché non c’è nulla da cui guarire, in quanto NON E’ UNA MALATTIA! La persona dislessica può migliorare trovando i propri strumenti e strategie di compensazione riuscendo ad arrivare allo stesso livello degli altri, se non di più. Di per sé, infatti,  la dislessia ha anche dei vantaggi, si ragiona in un modo diverso e questo il più delle volte, può essere utile. Penso ai grandi della storia , come Albert Einstein o Leonardo da Vinci, di come probabilmente, la dislessia possa essere stata per loro un aiuto ad uscire fuori dagli schemi convenzionali di pensiero e poter vedere quindi quello che altri non potevano.

Com’è stato il tuo percorso di studi?

A otto anni mi fu diagnosticata una forma di dislessia, disgrafia e discalculia non troppo grave, ma grave abbastanza da crearmi difficoltà a scuola. Così gli anni delle elementari, nonostante fossi un bimbo curioso, che amava giocare con non troppi, ma buoni amici, dal punto di vista scolastico furono davvero un calvario. In cinque anni di elementari non avevo imparato le tabelline, non sapevo fare alcune operazioni basilari come divisioni e moltiplicazioni di un certo tipo, non riuscivo a fare bene i conti, non sapevo i mesi dell’anno in ordine a memoria. Tuttavia, grazie a pochi ma straordinari insegnati sono riuscito a finire elementari e medie. Il cambiamento, in positivo, arrivò alle superiori sia perché cominciai a praticare il buddismo di Nichiren Daishonin, ricevendone molti benefici, sia perché incontrai finalmente un professore capace di appassionarmi alla matematica, nonostante la mia discalculia, con il quale imparai tutto quello che nessuno mi aveva mai fatto capire fino ad allora. Quest’insegnate, come del resto tutti gli insegnati dovrebbero fare, mi trasmise passione, non solo per la matematica, ma per lo studio in sé, facendomi scoprire una voracità di apprendere che non sapevo di possedere. Dal canto mio, ho deciso di intraprendere una sfida con me stesso molto importante scegliendo una scuola a indirizzo linguistico con ben tre lingue da imparare, ma grazie alle mie doti di attore-imitatore, avevo sviluppato un vero e proprio orecchio per la lingua facilitandomi nell’apprendimento. Dopo il liceo avevo le idee chiare su cosa fare. La passione per i teatro, iniziato a 7 anni, mi aveva accompagnato per tutto il periodo scolastico regalandomi soddisfazioni e riconoscimenti come l’assegnazione di due premi Salvatore Barchi come miglior attore “Giovane promessa del teatro” presso le rassegne teatrali internazionali promosse dalla compagnia Etoyle a cui avevo partecipato nel periodo liceale. Tentai di entrare quindi nelle maggiori accademie nazionali di teatro. Venni preso da Eutheca, una nuova accademia europea con sede a Roma.

Ti è stata assegnata, dalla scuola superiore che hai frequentato, l’ITCS P.Levi di Bollate, una targa di riconoscimento speciale per gli sforzi fatti nel promuovere e aiutare lo sportello dislessia. Com’è stata quest’esperienza?

La nostra scuola è stata una delle scuole pilota, che ha avuto un gruppo di sostegno per DSA composto da insegnati e dagli alunni che avevano gli stessi disturbi. Ci si incontrava periodicamente, circa quattro volte l’anno, per darci un sostegno emotivo, e darci un aiuto concreto per trovare i propri sistemi di compensazione.

Spesso si usa la formula “soffrire di dislessia”, sottintendendo che ci debba essere un dolore, sempre e comunque. Cosa ne pensi al riguardo?

Sono passato anch’io per il dolore come tutti i dislessici, o come tutte e persone che hanno dei disturbi di apprendimento o semplicemente delle difficoltà nell’apprendere. E’ quel dolore che Pennac e Giacomo Stella (2) chiamano “dolore dell’apprendimento” e che spesso, soprattutto per com’è impostata la scuola italiana, è una tappa forzata. Purtroppo la scuola ha questo modo performativo molto vecchio che con un dislessico è il peggio che gli si possa fare. Metterlo sotto pressione, confrontarlo con gli altri compagni, oppure lasciarlo in disparte facendolo sentire una zavorra perché si rallenta il programma. Tuttavia non bisogna mai sentirsi vittime, anche se si soffre e ci si sente incompresi. È importante superare questo sentimento e, passando attraverso questo dolore, si trova una propria modalità per esprimersi in questo mondo, come io, per esempio, l’ho trovata nel teatro e nel mio vivere quotidiano. Superate queste difficoltà, ci si renderà conto che essere dislessici è una marcia in più in tanti aspetti perché si ha un modo di pensare assolutamente diverso, proprio in termini genetici.

Com’è nato il monologo “DiSlessiA… Dove Sei Albert?”?

Questo monologo è nato in accademia, durante il terzo anno, precisamente nel periodo in cui facevamo teatro di narrazione e bisognava elaborare un tema sociale. Io ho portato la dislessia, perché erano tanti anni che volevo parlane e l’urgenza del farlo è stata tale che ho scritto in tre giorni il testo, mentre in tre settimane l’ho messo in piedi con il mio insegnante per poi portarlo in scena. Dopo aver visto che il monologo piaceva, ma soprattutto vedevo che trasmetteva qualcosa perché le persone entravano a teatro in un modo e ne uscivano cambiate, responsabilizzandole e facendogli capire il problema in maniera efficace. E’ nata poi una collaborazione con Giacomo Stella, decidendo così di rendere il monologo socialmente utile organizzando un tour in giro per l’Italia per far arrivare a tutti il mio messaggio.

Il tuo monologo è autobiografico?

Non posso definirlo totalmente autobiografico perché intreccio esperienze personali a vicende di fantasia. Tuttavia le emozioni e alcune situazioni che ho riportato sono sia quelle che ho vissuto io in prima persona, che quelle di tutti coloro che, come me, hanno dei disturbi di apprendimento. Il monologo rappresenta quindi non solo la mia storia, ma la storia di tutti.

Ci sono parti in cui hai messo te stesso più di altre?

Si, ci sono più parti. Per esempio la descrizione del bambino la faccio ricordando me stesso:   “Giacomo era un bambino secco secco, due palette al posto dei denti, e due occhi enormi pieni di curiosità, ma non una normale curiosità ma una vera e propria smania di ascoltare il mondo”.

Nel tuo sito si trova la frase ““Tutti siamo dei geni. Ma se si giudica un pesce dalle sue capacità di arrampicarsi sugli alberi, esso crederà per tutta la vita di essere stupido”   di Albert Einstein. E’ una frase a te cara e in qualche modo rappresenta il tuo pensiero?

Sì, esatto. Sono convinto che le persone siano tutte speciali, a modo loro e che in ognuno di loro si nasconda un potenziale enorme; credo poi che non esistano metri di paragone universali, al mondo ci sono sicuramente delle cose oggettive ma quando si tratta della crescita di un essere umano, in particolar modo di un bambino che sta apprendendo, non si può avere un metodo di paragone, unico, rigido e chiuso. Perché il rischio è proprio quello di far crescere dei bambini con delle incertezze, con delle profonde insicurezze, invece di credere nelle loro potenzialità, proprie del fatto che ogni individuo ha una sua unicità.

  1. dati ISTAT 2013
  2. Giacomo Stella, ideatore e Responsabile Scientifico dei Centri SOS Dislessia. Professore ordinario di Psicologia Clinica al dipartimento di Educazione e Scienze Umane presso l’Università di Modena e Reggio Emilia, fondatore dell’Associazione Italiana Dislessia, autore di numerose pubblicazioni e direttore di numerosi corsi di perfezionamento, è membro del comitato scientifico del progetto Book in progress, del comitato tecnico-scientifico per l’attuazione della legge 170 e del comitato promotore per il Panel di Aggiornamento e revisione della Consensus Conference sui DSA. Direttore Scientifico dell’Istituto di Ricerca sulla Dislessia Evolutiva (I.RI.DE), da anni indirizza la ricerca neuropsicologica verso le implicazioni che essa ha in ambito didattico ed educativo. Direttore del master di Neuropsicologia dei DSA realizzato dalle Università di Modena e Reggio Emilia, Urbino e Repubblica di San Marino, per il suo impegno ed il suo contributo scientifico rappresenta, sullo scenario nazionale ed europeo, uno dei massimi esperti sulle tematiche legate alla Dislessia e ai Disturbi del Neurosviluppo

 

di Isabella Wilczewski

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