Moira Bartoli, counselor, ha preso in carico e sostenuto la madre di un ragazzino delle superiori certificato DSA con una terribile esperienza scolastica.
Moira Bartoli, counselor, ha aiutato la madre e racconta cosa è accaduto, ovviamente nel totale rispetto della privacy della famiglia. Ne esce un quadro veramente poco confortante di come vengono affrontate le problematiche di bambini e ragazzini spesso molto intelligenti e dotati ma inseriti in contesti che, totalmente impreparati a valorizzarli ed ascoltarli, li tagliano fuori.
«La madre viene da me per un breve percorso di counseling spinta da un profondo senso di frustrazione rispetto al vissuto del figlio con la scuola da lui frequentata (2° classe liceo artistico, il ragazzo ha spiccate capacità artistiche soprattutto nell’arte del fumetto) oltre ad un senso continuo di inadeguatezza come genitore per non riuscire, parole di alcuni insegnanti, ad essere efficace nell’aiutarlo. Gli ultimi mesi, il figlio teme la bocciatura per alcune materie non superate nelle prove e soprattutto per alcuni rapporti presi durante l’anno perché ha osato rispondere ai professori in maniera insolente (ovviamente questo è quanto riferiscono i professori alla madre). La madre chiede fin dall’inizio un incontro con il preside dell’Istituto, il quale si nega per tutto l’anno, sia telefonicamente che di persona, con la motivazione che è “troppo occupato”».
«Alla fine, una settimana prima del termine della scuola, il preside accetta di rispondere ad una telefonata della mamma che chiede spiegazioni rispetto alla possibilità per il figlio di essere bocciato per la seconda volta e il preside risolve la telefonata frettolosamente rassicurando la madre e tranquillizzandola su questo – prosegue la counselor – Dopo una settimana, l’esito: bocciato. Fuori in maniera definitiva da quella scuola, scuola che spesso gli insegnanti affermavano non essere adatta per questo ragazzo. Troppo difficile, troppo impegnativa, troppo…per lui».
«Incontro la madre e il figlio dopo una settimana dalla fine della scuola, la madre è scoraggiata, in preda a rabbia ed impotenza, delusa, triste. Il figlio, dopo l’impatto forte dell’essersi sentito escluso per la seconda volta appare invece rassegnato “tanto non ero una persona buona ai loro occhi; ero un drogato, un delinquente, c’erano pregiudizi su di me perché andavo a scuola con una bombetta come cappello, ero vestito troppo largo, insomma troppo freak per loro”. Il vero malessere è stata la prima bocciatura, racconta il ragazzino, quella non me l’aspettavo, poi mi sono abituato, ho accettato l’idea, tanto non sono come vogliono loro, non ci si può fare nulla. Chiedo di raccontare alcuni episodi rispetto all’anno trascorso».
E prosegue: «Il rapporto con i professori è stato drastico; nessuno mi ha fatto stare veramente bene, a parte l’insegnante di scultura, l’unico con cui potevo parlare come se fossi una persona normale. Mi sentivo sempre sotto pressione, troppi compiti e non andavano mai bene, le mappe poi, non mi sono mai sentito aiutato, mi venivano ritirate perché fatte male, troppe piene di informazioni e quindi non servivano a niente. Io poi, 27 espressioni in un giorno, non le voglio fare, non ce la faccio. Uno a scuola dovrebbe imparare, non come vuole l’insegnante ma come è in grado di fare, sostiene D., immagino una scuola dove non ci sono rapporti o premi o punizioni, ma aule con tante materie dove i ragazzi si recano con la curiosità e la voglia di imparare e gli insegnanti che capiscono la situazione dei ragazzi, che interagiscono con loro e non insegnano solo materie ma anche un po’ a vivere».
«Racconta anche l’episodio in cui interviene a favore di un compagno con la febbre che chiama a casa senza prima chiedere il permesso ai professori, gli insegnanti gli mettono rapporto e si mette a piangere – prosegue Moira – Il ragazzino allora difende il compagno dicendo di non mettergli il rapporto, l’insegnante si arrabbia con lui urlando “te non ti devi permettere di aprire bocca, te non parli così”. Quando sente urlare invita l’insegnante alla calma e lì arriva uno dei rapporti. Il genitore racconta l’episodio di quando il figlio viene aggredito da un insegnante con questa affermazione “ci sono due categorie di persone nella vita, quelle che riescono e quelle che non riescono; tu sei la seconda”. Gli insegnanti richiamano continuamente la madre, che tra l’altro lavora nella scuola come educatrice di sostegno, ripetendole che il figlio non ha punti di riferimento, che le mappe concettuali non sono adeguate; dietro, secondo la madre, c’era il pensiero che anche lei fosse poco adeguata perché “vestita in un certo modo, senza l’orecchino di perla, madre single, difficoltà economiche, insomma una disadattata pure la madre”».
«Poi il ragazzino si ammala e manca da scuola per tre settimane, nessuno chiama per sapere come sta. Quando è a scuola sta con tutti i ragazzi, anche i peggio, (ma chi l’ha deciso chi sono i peggio, chiede lui) – prosegue la counselor nel suo racconto – La madre sostiene che se avesse avuto un’altra immagine sarebbe stata sicuramente più accolta. “Come fa, chiede lei., un genitore, per giunta da solo, a lavorare tutto il giorno, a tornare a casa, aiutare il figlio, scoraggiato e stanco, con mappe e riassunti, che non andavano mai bene, ritirate perché troppo piene di informazioni e quindi copiate; spendere soldi anche in ripetizioni, in consulenze e non va mai bene lo stesso. E sentirsi inadeguati e colpevoli come genitore. Sentirsi ripetere tutto l’anno che il figlio non è seguito come dovrebbe, per loro non era una persona, ma un problema in più da risolvere”. La scuola, sostiene la madre, ha espulso il figlio perché non adatto a quella scuola, perché ha un DSA, perché non ce la fa a stare continuamente sotto pressione, perché non riporta i risultati voluti, perché veste in una certa maniera, perché ha quella madre. “In questo modo ha tolto a me e a mio figlio il pensiero del futuro; la prospettiva di poter cambiare, migliorare, crescere”».
Prosegue Moira Bartoli: «Dopo la notizia della bocciatura e la crisi di abbattimento e scoraggiamento da parte di entrambi, la madre decide di scrivere al preside un’email, a cui naturalmente il preside non dà alcuna risposta. Il ragazzo è stato bocciato, esce da quella scuola ed è eliminato il problema; non c’è altro evidentemente di cui parlare. La mamma decide che invece è proprio ora il tempo di parlare, di dare voce non solo alla sua difficoltà o a quella di suo figlio ma anche a quella di tanti altri genitori e altri ragazzi che, non riuscendo ad essere come una scuola vuole si ritrovano fuori dalla stessa scuola a cercare alternative diverse. Una scuola pubblica che non riesce ad essere di tutti e per tutti è una scuola che ha fallito il suo compito».