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Una giornata al liceo Steiner a Milano

Pubblicato il 17 novembre 2016 0

Elena Guidi, insegnante, school trainer e scrittrice, ci racconta la sua giornata alla scuola Steiner Waldorf di Milano, che ha visitato.

«Venerdì 11 novembre. Arrivo alla scuola di via Clericetti alle 8:15, giusto in tempo per veder uscire dal cancello di ingresso, in veste di genitore, Paolo Kessisoglu (avete presente Luca e Paolo di Camera Café, vero?), il che mi fa capire che non sarà una giornata usuale» spiega Elena Guidi.

«L’edificio è tutto dipinto in rosa e mi mette già di buonumore. Vengo accolta da Camilla, responsabile di Segreteria, che mi fornisce le prime indicazioni: l’istituto è comprensivo, vi trovano spazio tutti i 13 anni di corso, dalle elementari alla fine del liceo, con l’aggiunta di nido e infanzia. Potrò assistere alle lezioni per tutta la mattinata e fino alle 15:30, orario in cui si concludono le lezioni per i ragazzi del ciclo superiore (per tre giorni su sei, altrimenti si finisce all’una). Quello che mi colpisce inizialmente è la disposizione delle aule. Ogni ciclo è disposto su un piano diverso, c’è una sola sezione per anno di corso e le aule sono disposte non lungo un corridoio ma come in cerchio intorno ad una piazzetta centrale. Significa che ad ogni pausa delle lezioni i ragazzi uscendo dalla propria classe si trovano in un ambiente comune in cui socializzare diventa naturale.

La prima ora la passo in Nona (IX), l’equivalente della nostra prima superiore. Le lezioni si aprono come ogni giorno con la recita dello Spruch, una sorta di poesia con la quale ci si connette all’universo intero, natura, piante, e tutti gli esseri, e si chiede benedizione ed energia per affrontare al meglio lo studio e il lavoro. Alle pareti i lavori svolti nel laboratorio di pittura, perlopiù acquerelli. Sulle scansie dei manufatti in creta. La materia è “Educazione alla forma”: fogli e pastelli per tutti mentre l’insegnante conduce i ragazzi per gradi a trovare la “presenza”, la “centratura” giusta per tracciare a mano libera una circonferenza perfetta sul foglio, e poi continuare con altre forme armoniche che derivano da un movimento fluido e concentrato, che va dal fuori al dentro, dal dentro al fuori della circonferenza stessa. L’insegnante ricorda che passare dal cerchio esterno a quello interno, senza rimanere intrappolati né nell’uno né nell’altro, e toccando sempre il centro, è la metafora di quello che dovremmo essere in grado di fare restando in equilibrio dinamico tra il mondo e la nostra interiorità. Wow. E questa disciplina gliela insegnano fin da piccoli.

Seconda ora. E’ l’Epoca di “fisica”. Le Epoche sono periodi di una o due settimane in cui per due ore al giorno viene insegnata sempre la stessa materia. Questo permette di non disperdere, di concentrare per un certo periodo le energie nella stessa direzione, e di approfondire maggiormente quell’ambito. Le Epoche si alternano nel corso dell’anno, quindi ci saranno due settimane di lavoro costante su storia, su inglese, su matematica, ecc., e poi a riprendere il giro. Dunque, tornando a fisica, l’insegnante riprende con i ragazzi alcuni esperimenti fatti per gruppi nel corso della settimana in laboratorio. Presenta i grafici e invita a commentarli. Drizzo le antenne nel momento in cui, invece che chiedere loro di studiare da pagina a pagina un certo argomento, li invita a “ricercare” (su internet immagino) la tale tabella o la tale informazione. Scopro in quel frangente che fino alle superiori gli studenti alla Steiner Waldorf non usano i libri a scuola, bensì si costruiscono da soli i propri quaderni di apprendimento, attraverso ricerche personali e di gruppo su un dato tema.

Dopo la ricreazione, che dura 20 minuti, dalle 10:10 alle 10:30, entro in classe XI dove c’è lezione di storia. Una ragazza straniera, che sta facendo uno scambio interculturale di qualche mese con un’alunna della stessa classe, viene invitata a fare un riassunto in inglese del periodo che si sta studiando (invasioni normanne), così che tutti gli altri assistano a una sorta di lezione in plurilinguismo home made. A proposito di lingue straniere, i ragazzi qua, accanto all’inglese, studiano il tedesco per tutte le elementari e le medie. Il Prof di storia poi ha la cortesia di coinvolgermi in una discussione in cui ho l’opportunità di chiedere direttamente ai ragazzi le loro opinioni sulla scuola che frequentano e sulle differenze che ritengono importanti rispetto alla scuola pubblica (alcuni di loro non sono alla Steiner dall’inizio, ma ci sono arrivati in prima media, o in prima superiore). In particolare emergono questi aspetti: 1) il rapporto che si instaura con gli insegnanti; “qui non siamo numeri” – dicono – “ma persone”; 2) il sentimento di non sentirsi giudicati, nemmeno dai compagni, e quindi una libertà di espressione difficile da trovare in altri ambienti scolastici; 3) una certa paura di trovarsi in difficoltà di fronte all’ultimo triennio, in cui si comincia ad usare i libri e a doversi preparare per un esame di Stato che comunque non potrà prescindere da un determinato programma (dato che la scuola è paritaria). “Tutto questo mi preoccupa – dice una ragazza – sia perché non sono abituata a studiare su un libro, sia perché, con tutti i pur bellissimi laboratori, le nostre giornate sono intense, spesso finiscono a metà pomeriggio e diventa pesante dover poi ancora studiare”.

In quarta ora faccio una pausa, scendo giù in teatro (sì, perché nella scuola c’è pure un grandissimo teatro) per vedere i “piccoli” impegnati nella cerimonia di San Martino. Caos e castagne? Macché. Tutti in processione con le lampade di carta realizzate nei loro laboratori manuali si radunano al centro della sala buia con i loro insegnanti, e a lume di candela intonano delle canzoni tradizionali in inglese/tedesco accompagnate da strumenti musicali. Tutto molto suggestivo.

Infine scelgo di seguire in quinta ora la lezione di Euritmia, materia a me sconosciuta ma a quanto pare presente in questa scuola durante tutto il percorso. In un’ampia sala col pavimento in parquet un insegnante guida i ragazzi in cerchio nell’esecuzione di movimenti evidentemente già noti: hanno in mano una sorta di bastone di legno, un po’ più consistente di quello delle majorette, e accompagnati dal suono del pianoforte (sì, hanno un pianoforte ed un maestro che lo suona) si muovono imitando ora l’acqua ora non so cosa, facendomi pensare ad una danza di samurai. Successivamente due ragazze mi spiegano che serve a sviluppare l’armonia del corpo, instaurando un migliore contatto con lo spirito. Poi mi accompagnano in mensa, al piano interrato. Una mensa biologica vegetariana, cui possono accedere su prenotazione docenti e studenti, e a cui oggi sono invitata anch’io. Entriamo poco dopo l’una, al secondo turno, mentre i bimbi più piccoli stanno uscendo. Pennette al pomodoro e frittata di patate; mandarini, pane. Un’intera parete di “forni” nei quali i ragazzi che si portano il cibo da casa possono depositarlo in mattinata e lasciare in caldo la loro casseruola fino all’ora di pranzo.

Solo mezzora di pausa per gli studenti del Liceo (oltre un’ora per i più piccoli), alle 13:30 si riprende, ma esclusivamente con le attività laboratoriali, che comunque fanno parte integrante del curriculum. Seguo una classe in teatro per la lezione di musica. L’insegnante distribuisce le partiture; i ragazzi provano i canti (a due voci) per il concerto di Natale (tutti, intonati e non) suddivisi per tenori, baritoni, soprani e contralti come in una cera e propria corale; il maestro suona il pianoforte (altro maestro, altro pianoforte).

Decido di andare a mettere il naso in più posti possibile e scendo nella zona laboratori. Camera oscura, per lo sviluppo manuale delle fotografie; falegnameria, dove insegnante (donna) e ragazzi sono indaffaratissimi con pialle, seghe e martelli. L’atelier di scultura mi fa sobbalzare: sei ragazzi in maniche corte e due ragazze in canottiera, tutti con maschera protettiva e scalpello in mano, danno colpi di martello a grossi cubi di marmo facendo volare consistenti schegge qua e là per la stanza. “Ehm, no grazie, non entro, guardo da qui!” Il colpo di grazia me lo dà la sartoria. In un’ampia stanza, due insegnanti supervisionano un gruppetto di ragazzini di seconda media (sottolineo femmine E MASCHI) che sembrano i folletti di Babbo Natale: chi cuce a macchina, chi taglia la stoffa, chi stira, chi attacca bottoni … stanno preparando i costumi per la rappresentazione teatrale di fine anno “Il malato immaginario di Molière”…

Prima del suono della campanella di uscita ho ancora il tempo di farmi raccontare da Mattia, un ragazzo di nona molto disponibile, che le aule se le imbiancano da soli e che nel trimestre primaverile avranno “orticoltura”, per cui un pomeriggio a settimana se ne andranno a coltivare la terra. Che durante l’ultimo anno faranno due settimane di “lavori sociali”, accompagnando anziani o persone disabili; e che alla fine del quarto anno (dato che al quinto saranno tenuti all’esame paritario) dovranno presentare il loro lavoro finale, una tesi su un tema a loro scelta, anche al di fuori del programma scolastico, da esporre in forma di conferenza.

Beh, sicuramente mi sarò dimenticata qualcosa, perché gli stimoli sono stati davvero tanti per una sola giornata. Volutamente, in questo che vuole essere solo un resoconto, non entro nel merito delle mie considerazioni personali, perché voglio lasciare ognuno libero di fare eventualmente le proprie. Penso però che si percepisca quanta parte di ciò che ho visto mi ha aperto il cuore.

Aggiungo in calce solo due osservazioni, che invece hanno cozzato con quelle che erano le mie aspettative, forse pregiudiziali. La prima: lo spazio interno delle singole aule è organizzato in maniera identica a quella tradizionale (lavagna, cattedra, file di banchi). La seconda: l’atteggiamento dei ragazzi in classe (almeno per quanto riguarda gli adolescenti, perché è questo il ciclo che ho seguito) non è sostanzialmente diverso da quello che posso osservare quotidianamente nella scuola pubblica; insegnanti che devono richiamare all’attenzione o al silenzio, stessi problemi di impreparazione sui temi che avrebbero dovuto essere oggetto della lezione. Io mi aspettavo che un percorso tanto completo e articolato e una tale cura data al rapporto e al mondo interiore del bambino/ragazzo portata avanti costantemente negli anni, producessero uno studente adolescente più attivo e motivato, e meno soggetto alle solite dinamiche.

Quindi? Credo ci sia ancora qualcosa che ci sfugge e che va ulteriormente valutato. O forse dobbiamo accettare che quel qualcosa sempre ci sfuggirà e che la scuola “dei ragazzi totalmente felici” non esisterà mai. Questo non deve però scoraggiarci dal tendervi sempre. Raccogliamo dunque i nuovi tasselli e continuiamo a comporre la nostra visione».

Elena Guidi

Elena Guidi è laureata in Lingue e Letterature Straniere, è attualmente docente in ruolo di lingua francese presso la scuola superiore di San Marino. A partire dal 2007 si è formata parallelamente, per attitudine e passione, su svariate tematiche inerenti lo sviluppo dell’individuo, la conoscenza di sé e la crescita interiore; dal 2013 conduce Percorsi di espansione della consapevolezza e tiene conferenze sugli stessi temi. Nel 2014 ha pubblicato il libro La Corona Smarrita, Ed. Alvorada (MI).

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