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Gruppi WhatsAPP? La prof che dice no

Pubblicato il 13 giugno 2017 0

Figli nella stessa classe? Allora i genitori hanno il gruppo WhatsApp, una “schiavitù”, strumento invadente che non responsabilizza i bambini, anzi.

Abbiamo intervistato la professoressa Nicoletta Latrofa, preside della scuola media Giovanni Fattori di Rosignano (LI) che, con una circolare, ha posto seriamente il problema, stimolando una profonda riflessione per insegnanti e genitori. I gruppi WhatsAPP non sono da considerare «il surrogato del sano, meraviglioso, insostituibile contatto umano» spiega la preside in quella che si potrebbe definire quasi “una lettera a cuore aperto”. Un fenomeno che, secondo la prof.ssa Latrofa, puònche creare danni agli studenti. Dopo aver affermato che la tecnologia agevola la vita, sottolinea che «alcune sfaccettature del suo uso vanno accuratamente ponderate». Poi ricorda che «le nuove generazioni fanno più fatica ad emanciparsi e ad assumere le proprie responsabilità. Sembrano forti, ma in realtà sono estremamente fragili».

La tecnologia ci permette, ormai, di avere un controllo in tempo reale sulle attività dei nostri figli a scuola: dal registro elettronico con presenze, risultati e programmi svolti ai gruppi WhatsApp con gli altri genitori. Questo sembra farci risparmiare tempo e facilitarci la vita.

E’ indubbio che la tecnologia ci può aiutare. I gruppi whatsapp sono utili nella misura in cui ci si limiti a scambiarsi informazioni e documenti essenziali ma normalmente questo non avviene. Milan Kundera ha scritto un bellissimo libro: “La lentezza”. E’ necessario fermarsi e riflettere. Nello scorrere delle schermate in cui si accavallano dialoghi e faccine si perde completamente la capacità di riflessione in un tempo che non c’è più e che invece è fondamentale per far sedimentare idee ed impressioni.

In che modo i gruppi whatsapp influiscono sulle capacità di organizzazione e di assunzione delle responsabilità da parte dei bambini?

Ci si lamenta molto spesso che i ragazzi non abbiano metodo di studio, che si distraggano molto facilmente, che non siano in grado di gestire il lavoro scolastico in modo autonomo. Se i genitori continuano attraverso questi gruppi a sollevare dalle loro responsabilità i ragazzi e a sostituirsi a loro, questi avranno problemi a diventare autonomi. Ho chiesto ai miei collaboratori scolastici, per esempio, di smettere di far fronte alle “emergenze” che poi vere emergenze non sono: il cappello, la merenda, lo zaino dimenticato che immediatamente deve essere restituito. I ragazzi devono imparare gradualmente ad organizzarsi.

In che modo questi nuovi mezzi influiscono, invece, sulla capacità di relazionarsi con i pari?

L’anno scorso ho fatto un esperimento. Ho chiesto ai ragazzi della mia scuola di spiegarmi cosa avrebbero detto in un primo eventuale dialogo con una ragazza a cui erano interessati. Volevo sapere come riuscivano ad intavolare una conversazione in un caso come questo. Il risultato è stato, purtroppo, molto deludente. I ragazzi non erano in grado di farlo. Credo, quindi, che sia fondamentale l’uso corretto del mezzo. Il cellulare dovrebbe servire per lo scambio di contenuti veri o per le emergenze reali. I cuoricini e le emoticon corrispondono davvero alle azioni o alla presenza in caso di necessità? Bisogna chiederselo.

I ragazzi, però, concepiscono solo marginalmente il cellulare come mezzo per scambiarsi messaggi pieni di contenuto. Sembra piuttosto che il cellulare abbia essenzialmente una funzione fàtica, se così si può dire, per stabilire o mantenere il contatto con i coetanei. Cosa ne pensa?

I ragazzi dicono di usare espedienti come parolacce o minacce per sorprendere o farsi ascoltare. E questo fa riflettere. E’ fondamentale insegnare che cosa significa la parola “pausa”. Il telefono sta diventando una droga, una vera e propria dipendenza dannosa. I genitori possono attuare un controllo e fornire regile precise: non si viene a tavola col telefono, lo si spegne in certe condizioni, non si risponde continuamente e prontamente ad ogni minima sollecitazione. E’ necessario che ci siano delle pause ed è necessario che il genitore intervenga. Un continuo contatto non è sano. E, comunque, non si tratta di un contatto reale, di persona. La pausa e l’attesa insegnano la riflessione. Intervenire immediatamente e sempre fa perdere persino il senso dell’emergenza reale.

Lei dice che gli insegnanti sono fondamentali per aiutare i ragazzi a contenere il fenomeno. Sembra quindi che lei abbia una profonda fiducia in loro. Tuttavia, anche i docenti e non soltanto i ragazzi, sono completamente presi, spesso, da questa modalità per comunicare.ì

Non solo gli insegnanti devono occuparsi di questo. Tutta la comunità deve farlo. E’ vero che gli insegnanti possono per primi non rispettare le regole o non rendersi conto del problema ma le regole ci sono e se vengono consapevolmente infrante c’è una sanzione. Questo vale per tutti: insegnanti e studenti. Tutti dobbiamo responsabilizzarci. Nei collegi docenti, ad esempio, metto regole precise sull’uso del cellulare. E devono essere rispettate.

La scuola deve stare al passo con i tempi. Ed è, tuttavia, difficile riuscire a controllare i fenomeni che derivano dall’uso della tecnologia. La tecnologia, d’altra parte, nasce con l’obiettivo di sollevare dalle incombenze, di renderci la vita più semplice e risolverci i problemi. A un bambino nativo digitale come si può spiegare che tutto questo può nuocergli?

Basta fargli stampare ad esempio i messaggi dell’ultima settimana col proprio migliore amico. In questo caso si potrà proporre l’osservazione e la riflessione su quali reali messaggi si nascondano tra le schermate. Il vero messaggio, la sintesi qual è? Quali sono i messaggi veri e quali le cose importanti? Si noterà un tourbillon di parole e faccine ma nella realtà che cosa si voleva dire? Qui a scuola, per fare un esempio, abbiamo voluto regolamentare l’uso del tablet in modo da non perdere la sequenzialità del libro. La mia generazione può contribuire a salvaguardare i ragazzi anche con la lentezza e la riflessione che portano alla capacità di attenzione e sintesi.

Qual era l’obiettivo della sua lettera ai genitori dei ragazzi che frequentano la scuola di cui è dirigente?

Mi confronto ogni giorno con i problemi dei gruppi whatsapp. I genitori mi riferiscono conversazioni, discussioni e dinamiche di un modo che ha sostituito per certi versi anche il pettegolezzo e i chiacchiericcio di paese. Ci si contatta ormai a tutte le ore e per cose non indispensabili. Quello che intendevo fare era proporre una riflessione condivisa di carattere puramente educativo. Facciamo l’esempio di quando i bambini iniziano ad andare in bicicletta: li si aiuta un po’ all’inizio sostenendoli mentre imparano a pedalare ma poi si deve avere il coraggio di lasciarli andare da soli. Con quella lettera volevo riportare al loro ruolo educativo i genitori. E’ necessario far parte attivamente e di persona del sistema scolastico in cui sono inseriti i propri figli.

Quali sono state le risposte e le reazioni dei genitori?

Non mi aspettavo tutto il clamore che c’è stato. Le reazioni e i commenti sono stati in generale positivi. Solo un genitore mi ha rimproverato del fatto che con questa lettera io sia entrata nel privato. In realtà non ho imposto nulla a nessuno. E’ stata un’occasione per stimolare una riflessione profonda e urgente.

Quali misure o iniziative ha in mente per dare un seguito concreto alle sue riflessioni?

In questo momento stiamo sensibilizzando i ragazzi attraverso il dialogo e l’ascolto in modo da stimolarli alla riflessione e trovare soluzioni condivise. Si tratta di fare un percorso insieme non soltanto sull’uso del cellulare ma su tutte le regole che si rispettano a scuola: dal fumo nei locali della scuola al modo di vestirsi. Gli insegnanti devono porsi in ascolto senza, tuttavia, dimenticare il loro ruolo di guida nella crescita dei ragazzi. Tutti siamo coinvolti in quella che deve essere una vera e propria comunità educante.

di Marìca Spagnesi

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