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Pedagogia e sessualità

Pubblicato il 26 febbraio 2016 0

Pedagogia, sessualità, educazione sessuale. Un intervento di Elena Bussolotti, pubblicato sulla newsletter dell’associazione Le Nuvole.

Elena Bussolotti collabora con l’associazione Le Nuvole di Civita Castellana, associazione presieduta da Adele Caprio, membro del comitato organizzatore di Tutta un’altra scuola.

L’intervento di Elena che vi riportiamo è stato pubblicato sulla newsletter di febbraio de Le Nuvole.

«Per queste feste ho ricevuto un e- mail di Rocco Siffredi..

.. sono rimasta alquanto spiazzata, anche perché non condivido canali o social network con la star priapesca; e ho pensato a uno scherzo, o ad un virus, a una catena di Sant’Antonio un po’ hot. E invece la scoperta: una petizione riguardo all’educazione sessuale nelle scuole, da condividere pienamente. Il proposito è che questa materia venga inserita tra le materie curricolari per evitare che i ragazzi possano ispirarsi alle sue “opere” per vivere la loro sessualità.

Questo mi pare essere un ottimo intento: oltre che un’eventuale campagna pubblicitaria, mi sembra un gesto saggio, onorevole, onesto, un’ottima auto-critica.

Non è facile per i genitori affrontare questi temi completamente da soli. La scuola dovrebbe cercare di aiutarli in questo non facile compito: far capire che cosa è amore, oltre il primo e irrefrenabile istinto, curarsi di comprendere insieme come la dolcezza possa entrare a far parte dell’approccio erotico è, oggi, un dovere delle Istituzioni.

Quale metodo contraccettivo usare per salvaguardare la propria salute, il percorso della propria vita: non è forse interesse comune?

Mi è capitato di partecipare ad un corso sull’affettività nella divers-abilità che affrontava temi preziosi come questi, in cui si parlava anche di operatore sessuale, con i vantaggi e gli svantaggi, a livello psicologico e comunitario, e trovo sacrosanto che se ne parli nelle scuole.

Non è possibile delegare ad un film o medicalizzare un tema così fine ed intimo; dovremmo cercare di ‘storicizzare’ in parte l’intimità, di parlare di cavalleria e di dolcezza, di discorrere più spesso di Identità di genere e di far cadere tanti preconcetti che sono frutto di un modo di pensare esclusivista ed ignorante della complessità dell’uomo e della donna.

Certo non credo sia facile centrare quest’obiettivo quando non esistono a sufficienza squadre di lavoro sul tema; ma la sessualità, la sensualità fanno parte della nostra natura e proprio quando vogliamo imbrigliare queste pulsioni senza ragionarle commettiamo anche noi una violenza, un piccolo sacrilegio.

Potremmo affidarci al cinema senz’altro, se la parola ci manca, ma allora dobbiamo affiancare a questa tematica un’altra: la storia del costume. Possiamo farlo? Ne abbiamo le forze?

Forse sì, forse dovremmo farlo, anche per arrivare ad escludere dalle nostre azioni possibili atti vandalici verso la bellezza, come succede nel femminicidio, al modo della volpe e l’uva: “Non posso averti? Allora ti distruggo con tutta la forza che ho, perché non eri buona e non hai diritto di esistere”.

Abbiamo il dovere di far imparare ai ragazzi e alle ragazze che esiste la parola, che quello che non era buono per me sarà buono per qualcun’ altro, che si può essere rifiutati anche senza perdere la testa, senza ricorrere a sostanze che ci spingano in altre problematiche.

Credo che anche il bullismo possa trarre giovamento dalla trattazione di temi come sessualità e costume, perché gran parte della condotta provocatoria che viene praticata in questo frangente è dovuta a una mancanza di protagonismo quotidiano e di pacatezza nel raccogliere i messaggi provocatori che lanciano questi gesti estremamente volgari, esibizionisti ed autolesionisti.

In fondo ne “La profezia che si autoavvera” non c’è mancanza di semplicità e presenza di un muro invalicabile tra i docenti e i discenti?

I ragazzi problematici hanno un’energia carnale che non è coltivata e anzi è seppellita con estremo sforzo dagli insegnanti, come quell’armadio in cui riponiamo in disordine quelle cianfrusaglie che non vogliamo più e che sporgono dai lati e premono per essere reiterate ad uso comune.

Forse dovremmo farli parlare e, se non vogliono parlare, inventarci modi per ascoltarli senza che loro parlino. Potremmo farli scrivere in segreto dopo la visione di un film che a noi ha smosso delle corde. Potremmo farli parlare di fatti di cronaca che ci hanno colpito e, se non parlano, farli scrivere, anonimamente, disegnare, lavorare con materiali, fare musica.

Perché giudicarli anche se scrivono cose estremamente ‘peccaminose’? Se lo fanno forse ne hanno bisogno. Magari in parte ci vogliono per caso mettere alla prova? E se noi reagiamo con un sorriso? E se non è necessariamente tutto finalizzato ad un prodotto finale che deve essere valutato, ma fa tutto parte di questa ‘fantasmagorica’ materia laboratoriale che oggi ha anche la profumosa essenza di un nuovo tipo di modo di affrontare l’adorata educazione civica? Direi che Rocco c’ha preso!».

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