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Pedagogia: Gramsci e Don Milani

Pubblicato il 12 dicembre 2017 0

“Passione pedagogica: l’insegnamento di Gramsci e Don Milani“: dall’incontro tenutosi a Firenze le  interpretazioni dei due approcci.

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Sette esperti per provare a percorrere e interpretare i due approcci pedagogici di Antonio Gramsci e don Lorenzo Milani: uno sforzo mirabile in un incontro aperto al pubblico tenutosi l’11 dicembre a Firenze,  presieduto da Annalisa Tonarelli, presidente dell’Istituto Gramsci Toscano e Gaspare Polizzi, docente dell’Ufficio formazione Miur. Hanno partecipato anche Mario Lancisi, autore del libro Processo all’obbedienza. La vera storia di don Milani, Lelio La Porta, docente e curatore dell’antologia Gramsci per le nostre scuole, e autore del noto Gramsci chi?, Marco Bontempi, professore ordinario di Sociologia all’Università di Firenze e presidente del Centro di documentazione Don Lorenzo Milani, Luigi Dei, Rettore dell’Università di Firenze, Massimiliano De Conca, insegnante e rappresentante FLC-CGIL.

«Nella lettera a Tatiana – ha spiegato Tonarelli – Gramsci parla della sua esperienza di Ustica. Il filosofo ha resistito alla prigionia anche grazie alla possibilità di tenere una scuola, di creare una comunità pedagogica dove ognuno mette a disposizione ciò che fa. Così nelle ultime pagine delle lettere troviamo un Gramsci privo di forze che ai figli racconta delle difficoltà, dei malanni, e spiega l’importanza di apprendere in modo critico, come nella lettera a Delio del luglio del ’36: “Ora devi apprendere quello che ti viene insegnato, avrai tempo per svuotare le tasche dagli obblighi scolastici e ammobiliarti di cervello”. Apprendere è un’azione attiva fondata sulla capacità di scelta. Il rigore dell’apprendimento – ha aggiunto Tonarelli – non è in discussione: è importante lasciar sedimentare le nozioni, affrontare l’apprendimento in modo disciplinato, diffidando della pedagogia della spontaneità».

Luigi Dei ha proseguito il confronto spiegando in modo brillante la differenza tra autorevolezza e autorità:

« Dal 1979 al 1990 sono stato insegnante alle scuole superiori e all’Istituto dei ciechi di Firenze e ho svolto un lungo apprendistato da insegnante di ripetizioni, da quando ero da studente al 2001. Un’esperienza che si è rivelata preziosa: non ho mai ripetuto insieme ai ragazzi, perché pensavo che fosse inutile. Era importante prendere le cose da un’altra angolatura, per non scivolare nell’indifferenza. “I metodi anche più affascinanti risultano inefficienti se non si vivificano” diceva Gramsci. Così oggi si parla di rigore da reintrodurre in contrapposizione al lassismo, della necessità di discutere sul 5 in condotta. Ma non è questo il punto. Per vivificare la didattica bisogna giocare su curiosità e senso dell’avventura, un po’ come gli ormoni che giocano nel corpo degli adolescenti. Non si può appassionare alla poesia solo declamandola. Per affrontare il doloroso tema dell’abbandono, dell’odio verso la scuola, bisogna capire perché accade ciò che accade. L’essenza della divulgazione – ha aggiunto Dei – non è ripetere, ma comunicare. Come spiegai a un ragazzo di terza media molto irrequieto l’alternanza delle stagioni prendendo alcuni stecchi e infilandoli in un’arancia e in un pallone, così bisogna sempre vivificare qualcosa d’inerte per renderlo segnale comunicato e non ripetuto».

Come si legge nell’opera Gramsci e la cultura contemporanea di Rossi, per Gramsci è fondamentale il proposito che anima l’azione educativa come presa di coscienza dell’inferiorità di un elemento sociale quale condizione momentanea e contingente. In tal senso «Gramsci è una risorsa sempre valida che nel Quaderno 12 ha definito la scuola come luogo di emancipazione dei ceti più deboli. La sua è una visione della scuola come luogo di impegno, esigente, rigoroso, che solo in quanto tale avrebbe permesso ai figli degli operai di diventare cittadini a pieno diritto.

Seguendo tale impostazione – ha aggiunto Polizzi – come si legge nella Lettera a una professoressa Don Milani era per il tempo pieno, perché è importante che i figli dei padroni abbiano un luogo dove apprendere: la scuola deve offrire anche uno spazio per coltivare l’aggregazione e trovare un maestro che percorra con noi una strada di formazione con passione educativa».

«Le Lettere dal carcere nel 1947 vincono il Premio Viareggio dove concorrono anche Moravia, Ginzburg, Pavese, Luzi e Quasimodo. Gramsci è tra gli unici 5 autori italiani dei 250 intellettuali più citati nella letteratura mondiale – ha spiegato Lelio La Porta – e le antologie per le scuole con le sue opere sono state molto diffuse solo fino al ’77 in Italia. È fondamentale reintrodurre Gramsci nelle scuole per tre motivi: il metodo, lo studio del mondo attuale e la classicità. Nel 1918 Gramsci fonda a Torino il Club di vita morale, dove fa l’excubitor, letteralmente il controllore, chi indica un testo a un compagno, che poi ne fa un componimento, che sarà oggetto di dibattito tra i compagni. Si tratta dell’innovativo metodo della reciprocità, rapporto tra docente e discente dove c’è un continuo passaggio di conoscenza che sarà alla base, ad esempio della pratica della scrittura collettiva di Don Milani. Quando nella scuola si fa la programmazione, quando ci si focalizza solo nel seguire pedissequamente il manuale, si perde lo studio disinteressato (bisognerebbe “studiare per studiare”). Gramsci – ha aggiunto Lelio La Porta descrivendo l’essenza della passione pedagogica – con gli operai parlava di Michelangelo e Dante dicendo che quella cultura doveva essere appannaggio di tutti, per la crescita, non per mirare al risultato di una performance, all’ottenimento di un voto. Il principio educativo della sua scuola novennale ideale si può riassumere in due parole: diritti e doveri. Così – ha concluso La Porta – oggi si parla di alternanza scuola lavoro, ma come si legge nel Quaderno 12 sul principio educativo di Gramsci, non c’è da alternare niente: la scuola è già un lavoro e come diceva Don Milani, “la scuola ha un problema solo: i ragazzi che perde”».

A questo proposito è intervenuto Lancisi: «L’abbandono scolastico è un fatto classista: oggi ci sono i nuovi poveri, i figli degli immigrati, non è cambiato nulla rispetto a quando Gramsci è morto, 80 anni fa. Così odiare l’indifferenza vuol dire vivere da partigiani: ciascuno è responsabile di tutto, ma per esserlo, per poter capire cosa ci succede intorno, bisogna avere gli strumenti logici e lessicali e la cultura necessaria ad esercitare la sovranità sancita dalla Costituzione. Così per Don Milani, figlio di una delle famiglie più intellettualmente attive d’Europa, fare cultura significa diffondere criticamente verità già scoperte. Il suo anti-intellettualismo è una critica all’uso del sapere privato e non condivisibile racchiuso nei salotti. La cultura – ha aggiunto Lancisi – soffre una dicotomia: la massa non possiede la parola e chi la possiede estranea la massa: il vero interesse di Don Milani non è la scuola, ma la giustizia. Dunque la ricchezza si misura dalle parole che si possiedono: di più parole si può riappropriare un povero, più avanza verso l’emancipazione. Quale tema più attuale: oggi la povertà si misura con la povertà della parola. Siamo in un mondo di analfabeti funzionali che non hanno coscienza della loro condizione(oggi il 70% di persone in Italia non è in grado di leggere un’informazione complessa) in cui appare fondamentale il recupero della centralità dell’uso del linguaggio».

Si è concentrato proprio sull’uso delle parole l’intervento di Bontempi: «Don Milani è stato accusato di irruenza, per l’uso talvolta scurrile del linguaggio. Uso evidentemente necessario, per parlare ai sordi che non vogliono sentire. Si parta da un dato: Quaderni dal carcere è stato scritto da Gramsci. Le lettere a una professoressa invece non hanno autore, sono un prodotto della scrittura collettiva dei ragazzi delle superiori su temi come la giustizia, il patriottismo… È una tecnica complessa – ha aggiunto Bontempi – inventata a Barbiana. Funziona così: ognuno scrive l’inizio di una frase, che viene completata dagli altri studenti. Si mettono i fogli in un cesto, si leggono, se ne discute e si ricomincia a scrivere dell’argomento, rimettendo i fogli nel cesto, facendone poi un collage per ordinare le frasi e poi unirle correggendo tutto tutti insieme. Poi si fa leggere il testo alla persona che ha il titolo più basso possibile nella scuola. Tutte le parole che quella persona non capisce si tolgono finché non si arriva a una piena completezza di comprensione. Dal metodo della scrittura collettiva complessa – ha spiegato Bontempi – Don Milani da docente non dice cosa si deve sapere né come si deve imparare: un maestro è tale se sa costruire condizioni per rendere autonomi i suoi ragazzi. In Italia tristemente non si è fatto tesoro di questo insegnamento: quando si impara lo studente non sa, il docente sa, questa è l’impostazione. Solo nei laboratori, dove si prendono le cose in mano, ci si avvicina a un percorso similare. Eppure sta qui la totalità del “vivente”: siamo testa, ma anche corpo, emozioni, per imparare dobbiamo usare tutte queste coordinate culturali».

«Se un tempo si pensava di dover far ingoiare e rifagocitare senza elaborazione i temi imparati, oggi questa impostazione gerarchica non corrisponde più al tipo di società in cui viviamo. Eppure – si è confidato Bontempi – io insegno al primo anno, e gli studenti a lezione danno per scontato che il sapere consista in un meccanico ” imparare e ripetere” . Il punto è che tutto parte da quegli insegnanti che invocano disciplina, che sono gli stessi che sanno solo una strada per spiegare quello che spiegano, anche perché non hanno esplorato quello che hanno intorno, percorrono da anni la strada più facile. Don Milani aveva davanti persone analfabete da generazioni, e solo con l’autorevolezza dello stimolo alla puntualità e un paziente lavoro da “guida turistica” – ha concluso Bontempi – ha ottenuto l’effetto dirompente tipico della scuola di Barbiana: senza imporre di percorrere il suo stesso percorso, il buon docente è colui che insegna a trovare le strade, a muoversi nel mondo con gli strumenti necessari, imparando ad orientarsi nella società al pari di tutti gli altri, per trovare una strada non battuta a modo suo».

È stata una giornata di confronto in linea con quella che Cambi (Un modello pedagogico ancora centrale, in Studi sulla formazione) definisce la «cosiddetta “scuola di Firenze”, che ha rappresentato un modello pedagogico di caratura nazionale e internazionale ispirato ai valori della laicità, della democrazia e della libertà, teso al dialogo costruttivo con altri saperi di diversa matrice e cultura, sempre pronto a richiamare l’attenzione su una costante rimodulazione della teoria in relazione alle spinte sociali e alle emergenze educative, in una «tensione razionale, connessa alla criticità del sapere stesso e al suo esplicito impegno emancipativo (liberatore e democratico) rispetto tanto alla società quanto ai soggetti». In questa direzione sono andate le numerose iniziative condotte per la creazione di concrete prassi educative, come Scuola-Città Pestalozzi (Gramsci e il movimento per l’educazione nuova. Alcuni spunti di riflessione, Daniele Martinez).

 

di Sabrina Burrelli Scotti

 

 

 

 

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