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Ragazzi cattivi

Pubblicato il 24 aprile 2018 0

In questi ultimi anni la violenza, più o meno privata, è molto sotto osservazione nel nostro mondo. Violenza sulle donne, sui ragazzi, sui professori, ecc.

Sembra un buon segno. Forse che davvero abbiamo deciso di elaborare seriamente il problema della violenza, in tutte le sue forme, posto che sia comunque un problema risolvibile?

L’attenzione è molta, suscitata anche dalla visibilità sempre più diffusa che fa circolare frammenti di realtà attraverso lo sterminato mondo delle apparecchiature che registrano e filmano.

L’ultimo caso, come è noto, è quello del video scolastico che vede un ragazzo minacciare e aggredire un professore reo di volergli affibbiare un brutto voto, con il resto della classe che filma, commenta e sghignazza. Il ghigno di Franti forse…

Tutto questo suscita molto scandalo, come se si trattasse di qualcosa di sconosciuto, di imprevisto, di impensato addirittura. Ma è così?

Va detto da subito che la violenza a scuola non è certo un fatto nuovo. La differenza, anch’essa non proprio nuova, è che oggi non sono i professori, i direttori (come si diceva una volta), i presidi a infliggere pene violente di vario genere a bambini e ragazzi (questo è andato da sé per moltissimi anni e continua ad accadere più o meno sotterraneamente) ma i ragazzi stessi o addirittura i genitori, verso i professori, verso i presidi.

Fenomeno allarmante dunque. E scandaloso dunque. E riprovevole dunque.

Fino a che a rifilare violenza sono stati i professori, pubblici ufficiali e detentori dell’ordine nelle sedi scolastiche, nessuno si scandalizzava più che tanto. Anzi per molto tempo, nella società disciplinare (dove cioè si cresce attraverso processi di disciplinamento, normazione, punizione, minaccia), i professori potevano godere di un raddoppio dei trattamenti punitivi anche a casa. Alla scoppola, fisica o psicologica, dell’insegnante, corrispondeva quella del genitore. E tutti erano contenti.

I ragazzi crescevano sufficientemente frustrati, oppressi e disciplinati per poter essere tranquillamente immessi in altre strutture fortemente disciplinate come quelle del lavoro o della guerra.

Talora, specie in collegi severi quanto esclusivi, erano i ragazzi più grandi a trasmettere la disciplina ai più giovani con metodi anche più feroci. Il tutto sotto l’occhio complice del personale scolastico.

Poi improvvisamente, detto un po’ sommariamente, qualcosa succede. Diciamo che la società disciplinare, sotto la pressione di movimenti, di azioni politiche, di scuotimenti interni, di nuovi codici di comportamento che si affacciano, della pace protratta, comincia a scricchiolare, se non a disgregarsi.

Le famiglie, alcune per lo meno, non sono più tanto disposte a uniformarsi al modello patriarcale e severo e diventano famiglie organizzate intorno al valore della cura, le famose “famiglie affettive” ma forse si potrebbe anche dire affettuose, di cui parlano con crescente sgomento gli psicologi di regime.

Contestualmente corre un’aria nuova, almeno per un po’ di anni, anche nella scuola. All’insegnamento frontale, terroristico e minaccioso dell’ordine precedente, si avvicenda in molti casi, un nuovo modo di educare. Più attento alle soggettività dei discenti, più individualizzato, più coinvolgente, capace di preoccuparsi anche di quella cosa che sembra tanto una bestemmia che è chiamata il “benessere” degli studenti.

Ad una società della penitenza e del soffocamento sistematico dei corpi e delle emozioni sembra, sottolineo sembra, succedere una società un po’ più democratica, aperta anche ai codici affettivi del femminile e del bambino, più accuditiva, più comprensiva. Persino talora disposta alla concertazione, alla negoziazione, al dialogo, qualche volta all’intesa.

Ovviamente questo, ad un apparato disciplinare come quello scolastico nato per sorvegliare e reprimere, non fa bene. Enormi crepe si aprono, si devono inserire sempre più nuove figure, sostegni, educatori, psicologi, persino qualche sperimentazione in chiave attiva, si mette in crisi la lezione frontale ecc.

Ma dura poco. I probi viri della società patriarcale sussultano, si scandalizzano, tuonano contro il nuovo lassismo, il consumismo, il “darla vinta”, propugnano il ritorno all’etica del “no”, del sacrificio, della fatica, dell’adattamento al mondo brutto e cattivo.

Ma ormai, occorre dire agli amici nostalgici, il dado è stato tratto. Ad accorgersene per primi sono stati proprio gli studenti, e cioè che la frusta cominciava diventare desueta, che bastone e carota venivano messi in soffitta, che, tornati a casa dopo un fallimento venivano consolati dai genitori invece che ulteriormente sanzionati.

Era forse passato il tempo dell’oppressione nuda e cruda, senza se e senza ma? Non del tutto, lo sappiamo bene. Oggi ci troviamo in mezzo al guado, tra tentazioni regressive, ritorno alla severità, all’apprendimento per sottomissione garantito dal ricatto delle valutazioni (mai scomparse, anche perché forse con esse sarebbe scomparsa la scuola, almeno nella sua fisionomia disciplinare) e oasi di non violenza, accettazione, attenzione, cura, affetto e qualche sporadico tentativo persino di far partecipare bambini e ragazzi al’organizzazione del “loro” tempo e della loro esperienza.

Ci troviamo qui. Cosa vogliamo fare? Tornare indietro? Restaurare i ceci sotto le ginocchia, impalare i genitori che invece di solidarizzare sempre e comunque (a prescindere, avrebbe detto Totò), con gli insegnanti (come sostiene qualche rintronato), talora si sentono, se non altro per via di un affetto un po’ meno incanaglito di quanto occorra, di dover consolare il proprio figlio cercando di ascoltare anche la sua versione (per quanto sempre fallace, ovviamente, rispetto a quella “matura” e incontrovertibile dell’adulto)?

Perché, mi si creda, è su questo terreno che la ribellione degli studenti, la “loro” più o meno esplicita violenza trova linfa per alimentarsi di fronte a un’istituzione che da sempre si è preoccupata zero di considerarli, di interessarli autenticamente, di coinvolgerli, in breve, di “vederli”.

Poi i soggetti sono soggetti, hanno storie e profili diversi, tendenze, comportamenti che vengono da lontano, anche oltre la scuola, da una società che i bambini e i ragazzi li ha messi al bando, al confino, in esilio, giudicandoli non in grado di fornire un loro contributo a pieno titolo. Ci sono i ragazzi buoni e i ragazzi cattivi, o meglio con la “maschera del cattivo”, come diceva uno psicologo non di regime come Fulvio Scaparro. Ma tutti sono stati minorizzati, o minorati.. E si continua e ritenerli tali quando li si tratta solo come persone senza diritti e dunque anche senza la possibilità di rifiutarsi di accettare un regime che non ha mai, sottolinea mai, scelto.

Personalmente credo che l’episodio tanto diffuso e enfatizzato, non nuovo comunque poiché sono anni che youtube raccoglie eventi analoghi (peccato che i ragazzi non riportino anche le sfuriate dei professori, le prese in giro, le umiliazioni e i tanti casi ancora di violenza anche fisica che vengono perpetrati nel chiuso di questi ghetti per minori), sia solo un segnale.

Dobbiamo leggere questi episodi, compresi quelli di genitori più o meno arrabbiati, come sintomi, simboli di un sistema (quello disciplinare) che non funziona più né può più funzionare. Per molte ragioni, che travalicano anche la semplice crisi (peraltro salutare) dei modelli penitenziali. Molti elementi della vita sociale odierna, la comunicazione, la ricerca del consenso, la manipolazione e la seduzione hanno determinato il fatto che le tecniche dure non possano essere più sostenibili, nemmeno in fabbrica.

Dunque finiamola. Apriamoci a nuovi modi, come quello dell’educazione diffusa (Mottana, Campagnoli), in cui adulti e ragazzi concordino percorsi di esperienza educativa in cui i valori della cooperazione, del coinvolgimento, della passione, della partecipazione, siano premiati. E vedremo che atteggiamenti come quello riportato nel video scompariranno. E con loro si porteranno via anche il fenomeno massiccio del bullismo, tipico delle istituzioni chiuse, nonché la tensione bellica che troppo spesso si respira in ambienti che dovrebbero essere associati alla bellezza dell’imparare, del condividere e del pensare.

di Paolo Mottana

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