L’eredità del maestro Gianfranco Zavalloni vive grazie a Andrea Magnolini e Stefania Fenizi, con la loro “scuola creativa”.
Gianfranco Zavalloni, insegnante stimato e all’avanguardia scomparso nel 2012, ha lasciato dietro di sé una eredità positiva, intensa, evocativa. Il suo libro, “La pedagogia della lumaca”, è un caso editoriale che non smette di catturare attenzione.
Andrea Magnolini e Stefania Fenizi hanno deciso di ricordarne lo spessore e l’impegno raccogliendo e mettendo a disposizione i suoi lavori sul sito www.scuolacreativa.it.
Ad illustrare il lavoro fatto e le intenzioni è lo stesso Andrea Magnolini.
Tu e Stefania avete voluto rendere omaggio alla memoria del maestro Zavalloni ricordandone i punti salienti dell’approccio pedagogico. Perché? Da dove è venuta l’idea?
«Gianfranco è stata una persona che ne ha ispirate altre 1000 e ha cambiato il corso delle nostre vite. Il suo contributo è stato dato in tanti campi e in gruppi diversi: le tecnologie appropriate, i burattini, la scuola creativa, gli scout, l’uso delle mani ecc. Quando se n’è andato abbiamo sentito l’esigenza di mettere insieme le esperienze vissute, tutte le prospettive e le sfaccettature. Abbiamo pubblicato un libro con l’editrice il fulmino “Disegnare la vita”. Poi c’era il problema dei siti… Gianfranco nel suo caos creativo aveva 4 o 5 siti che piano piano, non essendo rinnovati, si stavano spegnendo. Così abbiamo provato a condensare tutto in un sito www.scuolacreativa.it che ancor oggi viene visitato da persone di tutta Italia».
Quali sono i punti salienti del suo approccio pedagogico?
«Gianfranco era stato da giovane in sud America (Argentina, Perù, Cile), la sua tesi (in Economia) comparava la civiltà rurale andina con quella romagnola. Si era accorto, confrontando i due mondi, che spesso i bambini del cosiddetto terzo mondo avevano più diritti dei bambini dei paesi ricchi. In Occidente si è lavorato molto su salute e istruzione ma spesso si sono persi i diritti che erano naturali fino a 30-40 anni fa, come correre, sporcarsi, giocare da soli o con altri bambini per strada, usare le mani ecc. Fu il primo maestro maschio di scuola materna in Emilia Romagna e, nei 14 anni di scuola più gli anni da dirigente scolastico, si è dato sempre da fare per “i diritti naturali dei bambini” che in qualche modo sono validi anche per gli adulti! Provo a sintetizzare alcuni principi, quelle tra virgolette sono frasi di Gianfranco riportate come meglio ricordo da conversazioni informali e convegni.
Esperienza diretta
Prima di tutto ai bambini è bene far fare esperienza. Diceva “a volte lo vedo a scuola… quando fai usare le mani, i bambini fanno finta di usarle come in una simulazione e a volte la scuola si risolve in una grande simulazione”. L’esperienza diretta, l’immersione sensoriale nella natura, nelle esperienze sociali e nella risoluzioni dei piccoli e grandi problemi sono il punto di partenza per ogni apprendimento e di ogni conoscenza.
L’autonomia, l’agio e l’ozio
Nella scuola di Gianfranco si cercava di fornire un ambiente ricco e affascinante: un tavolo da falegname, un angolo per l’arte, un bel giardino, elementi destrutturati come mucchi di sabbia, tronchi, le stoviglie e gli attrezzi vecchi portati dai genitori ecc. La scuola veniva concepita come un posto dove stare bene, “dove imparare ad essere curiosi ed imparare ad imparare”. I bambini intraprendevano le loro ricerche e le loro scoperte che li tenevano impegnati per giorni e giorni, il maestro doveva inserire nell’ambiente lo stimolo, la complicazione al momento giusto. Anche per i piccoli conflitti sui giochi e gli attrezzi diceva “è bene che i bambini imparino a ‘sbolognarseli’ da soli, anche perché così possono mettere in atto le strategie non violente… i bambini oggi quando giocano hanno sempre di mezzo un adulto che gli spiega come si fa a giocare, che fa da arbitro, il diritto all’ozio è il diritto ad avere tempo non programmato dagli adulti”.
Il gioco
“Il lavoro del bambino è il gioco” attraverso il gioco il bambino scopre il mondo con piacere e con passione, impara a rapportarsi con gli altri. Citando Roberto Papetti, un compagno di avventure su questo tema, possiamo dire “il gioco è un paradosso: è liberatorio ma insieme regolato, unisce ma insieme separa il reale dall’immaginario in cui le cose non sono pur rimanendo quel che sono, è divertimento ma insieme bisogna prenderlo sul serio per divertirsi, non è lavoro ma è indispensabile per l’attività produttiva”.
La natura e la “contadinanza”
Gianfranco portava fuori sempre i bambini “non esiste il brutto tempo, esiste un buono e un cattivo equipaggiamento “. Con il sole, la neve, la nebbia. Andavano in campagna, nel bosco, a trovare i genitori dei bambini agricoltori. Così facendo ogni giorno c’erano imprevisti, incontrare una rana, un riccio, un asino, trovare un tronco caduto su cui arrampicarsi, attraversare un rigagnolo.
Per i bambini sono già grandi avventure, le esperienze nuove aprono alla meraviglia e allo splendore della natura, specie se non la si spiega ma si lasciano aperte le domande.
Davanti a un capanno da caccia diceva “cos’è? chi ci stava?” e uscivano le interpretazioni più disparate “la casetta di Hansel e Gretel, la tana dell’orco o degli animali del bosco ecc.”
Essendo figlio di contadini e avendo sperimentato momenti vivi e autentici non finiva mai di rivalutare la semplicità e la ricchezza di sapere del mondo contadino anche come esempio si sostenibilità. Per cui a scuola non poteva mancare l’orto, qualche animale, un nonno che spiegava come potare o piantare.
La manualità, i mestieri e le tradizioni
Recentemente stanno studiando la correlazione fra la manualità e la dislessia che è in grande aumento. In un asilo di Bolzano, invece di fare pre-scrittura con le mortificanti schede cognitive, usavano il telaio. Con il telaio e il cucito i bambini imparano senza accorgersene, il sopra e il sotto, la destra e la sinistra orientamenti spaziali fondamentali per la scrittura.
Nella scuola di Gianfranco gli attrezzi erano attrezzi veri, martelli, seghe, raspe ecc. piccoli ma veri.
I giochi si autocostruivano, al posto dei bambini annoiati davanti ai giochi da supermercato che si ritrovano le cose ancora prima di desiderarle, si possono vedere bambini impegnati per ore fornendo scarti di assi e qualche chiodo. I mestieri tradizionali (contadino, falegname, muratore, sarto ecc.) sono una riserva infinita di conoscenze sostenibili e di esperienze creative a cui maestri ed educatori possono attingere se li imparano o se chiamano chi ne è esperto.
Ai bambini più grandi insegnava ad usare il coltellino, la zappa, la carriola. Sono tutte attività utilissime al coordinamento oculo-manuale, all’irrobustimento del corpo. “Neghiamo queste esperienze per poi portare i bambini in un’aula di psicomotricità?”
Il rischio
Tutte queste attività comportano piccoli e grandi rischi. Ovviamente c’era la massima attenzione da parte di maestri e anche dei bambini che erano consapevoli del pericolo e della fiducia che gli veniva data. “Certo non c’è da scherzare però sono riuscito a far usare il pantografo (una punta di ferro incandescente usata per disegnare sul legno) ai bambini di 5 anni, ovviamente con un rapporto 1 a 1. Il rischio è diventato un tabù nelle nostre scuole e in generale nella società occidentale, come lo sono diventati la morte, la sofferenza, il dolore. Quello che più impedisce questo tipo di esperienze nelle scuole di oggi è la paura, che non solo pervade ogni attività ma detta legge. I genitori minacciano azioni legali se il figlio ripreso dalla maestra, se prende un raffreddore, si sporca di fango, si taglia o cade.
Diceva alle conferenze: “Secondo voi, quando per diritto naturale, nell’adolescenza o nella gioventù quando i bambini andranno da soli per il mondo, saranno più al sicuro se sono stati cresciuti sotto una campana di vetro o se hanno avuto modo di rischiare, di fiutare il pericolo, di misurarsi in queste situazioni?”. “Ai bambini non facciamo usare un martello o un ago per cucire ma a tutti i bambini di terza media hanno regalato un cellulare e ormai si sa che è pericoloso”.
Ai bambini viene negato di andare in bicicletta o stare in strada, sempre trasportati e riposti in spazi chiusi a 20 gradi, ma respirano aria e bevono acqua sempre più inquinate; si fa cambio fra il correre rischi diretti e avere l’opportunità di crescere con l’essere esposti a rischi indiretti più sottili e subdoli.
La lentezza
La pedagogia della lumaca è un’esortazione a rallentare, a riflettere, a cooperare e godersi la vita. La stimolazione all’iper produttività, all’iper efficienza, alla competizione, alla sete infinita di guadagno è arrivata anche nelle scuole e “in prima elementare, da quando la maestra mette bravo, bravissimo sui disegni, i bambini non disegnano più per il gusto di farlo e compare l’ansia da prestazione”. La lentezza non equivale a trasformarci tutti in bradipi ma a trovare il nostro ritmo in modo che le esperienze vengano desiderate e digerite, è un invito a trovare un passo nel quale le cose prendono senso, a perdere tempo ogni tanto. Quando si “perde tempo” si “guadagna tempo” compaiono le idee, si trovano soluzioni creative, si cercano antidoti alla noia e nuove strade di ricerca.
Stare dalla parte dei bambini
Una qualità che ho sempre ammirato in Gianfranco è questa benevolenza amorevole che ogni bambino o persona che gli stava accanto percepiva tutt’attorno. Anche con quelli che andavano male a scuola o erano irrequieti riusciva a essere positivo: “Diceva Gandhi che almeno un 10% di buono si trova sempre in ogni persona” bisogna concentrarsi su quello!”. “Sono per una scuola che è dalla parte dei bambini, che li invita a tirare fuori il meglio di sé, se si trasforma in un luogo dove i bambini sono continuamente ripresi e gli viene trasmessa un’immagine negativa di loro stessi non potranno che adattarsi a questa immagine.”
Arte e sfumature
Come ultima cosa c’è l’arte che riassume e collega tutto quello che fin qui abbiamo detto. Gianfranco si perdeva a disegnare con cannuccia e calamaio in disegni che hanno la freschezza e la genialità dei bambini. Faceva dipingere con pennelli veri, colori di buona qualità in classe, all’aperto, su legno, carta, mattoni, vecchi coppi. “Ci sono bambini che hanno bisogno di un foglietto così e bambini che hanno bisogno di un cartellone, quello che voglio evitare è il bambino A4 che disegna sempre su schede fatte dagli adulti”.
“Spesso davo solo i colori primari e i bambini potevano creare le sfumature. Le sfumature sono anche un modo per prevenire gli estremismi, per non vederla solo tutto bianco o tutto nero…”. Sono anche un’alternativa al pensiero calcolatore e al mondo binario dell’informatica dove esistono solo 0 e 1 al massimo black out. Si, no, non so; mi piace, non mi piace. Emozioni e pensieri che tralasciano la parte più creativa di noi: il pensiero problematico, che può ribaltare i problemi o smontare le domande e accorgersi dei falsi problemi; il pensiero laterale che trova 5, 10 soluzioni alternative alle due proposte in partenza, il pensiero connettivo che confronta la parte con l’intero e arriva lentamente ad una visione d’insieme e all’armonia del tutto ecc.».
Come state portando avanti la pedagogia di Zavalloni? Come state cercando di continuare ad alimentarla nelle scuole di oggi?
«Il pensiero di Gianfranco ha avuto molta risonanza in Romagna e in tutta Italia. Il suo libro “La pedagogia della Lumaca” è alla sesta ristampa e sta diventando un caso editoriale, di solito i libri di pedagogia hanno una o due edizioni al massimo. Secondo me quello di Zavalloni non è un metodo da applicare, un’ideologia, ma un messaggio che si compone di una miriade di messaggi in molte direzioni. Continuamente ci stimolava a sviluppare e migliorare le attività che facevamo dentro e fuori dalle scuole. Dava l’impressione di cercare di imparare da tutti: artigiani, maestri, persino da noi. Come se il sogno che aveva in testa non era noto in partenza ma la visione si componeva mano a mano che viveva. Penso che il messaggio sia ancora attualissimo e lo sarà ancora per molto. Ognuno sta portando avanti l’aspetto che sente più vicino. C’è chi organizza mostre sui suoi disegni o fa corsi di pittura, c’è chi continua a fare la maestra/o lottando ogni giorno con le assurdità e la burocrazia della scuola, c’è chi porta avanti i laboratori sul gioco, chi la poesia e le lingue locali ecc. Noi del gruppo dei “giovani” cerchiamo di fare formazione, alla fine l’insegnante è la persona che più può fare in classe. Facciamo convegni anche per i genitori e gli adulti in generale per aumentare la sensibilità rispetto a questi temi. E’ un processo culturale lento ma già oggi si vedono i primi risultati, alcuni genitori chiedono che i bambini facciano esperienze creative all’aperto e non siano stressati con l’ansia da prestazione. C’è chi ha inventato o importato “l’outdoor education”, chissà forse Gianfranco sarebbe contento ma forse avrebbe preferito un nome in dialetto e una ricerca anche nella nostra tradizione pedagogica per esprimere e indagare lo stesso bisogno. La scuola va cambiata prendendo consapevolezza e andando avanti tutti assieme: genitori, maestri, presidi, istituzioni. Alcune scuole ci hanno chiesto di lavorare sull’esterno della scuola, e oggi siamo in grado di fare una progettazione e realizzazione partecipata di spazi naturali di gioco per bambini, non solo i soliti giochi di plastica, li abbiamo chiamati “giardini per crescere”. Anche qui il grosso del lavoro e l’elemento che determina il successo e l’utilizzo del giardino è la formazione e la qualità delle insegnanti. Poi teniamo in piedi il sito (come attività di volontariato), rispondendo come possiamo a chi ci contatta e scoprendo poco a poco l’enorme quantità di materiali e spunti che Zavalloni ha creato e offerto www.scuolacreativa.it».