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Sopravvivere ai prof noiosi

Pubblicato il 8 gennaio 2016 0

Se gli studenti sono spesso delusi, demotivati e annoiati, non sarà anche perché… a scuola sono noiosi i professori? E se a dirlo è un insegnante…

Frizzante, ironica e provocatoria: Sandra Zingaretti, docente al liceo scientifico Gregorio Da Catino di Poggio Mirteto (Rieti), racconta storie vere di vera noia a scuola. Ossia, racconta di come ci siano anche tanti insegnanti noiosi che non iescono ad appassionare i ragazzi alla materia o agli argomenti che trattano.zingarettiIMG_20160106_003017

«Ogni scuola richiede impegno, un impegno diverso da indirizzo a indirizzo, ma sempre di impegno si tratta – dice Sandra Zingaretti – la lettura richiede attenzione, l’ascolto richiede concentrazione, la partecipazione e lo studio richiedono sforzo mentale e infine l’esposizione orale e la produzione scritta -che racchiudono tutti gli sforzi di cui sopra- costituiscono la prova psicologicamente più faticosa. Su tutto questo, che più o meno è stato identico per generazioni e generazioni di studenti, oggi si innesta invece il delicato problema dei disturbi specifici d’apprendimento, della scarsa soglia d’attenzione degli studenti e di quello che ormai viene definito “analfabetismo funzionale”. Ma siamo sicuri che a scuola la palpebra cali solo per questo? Nei miei numerosi viaggi da e per le tante scuole in cui ho lavorato da precaria, mi sono capitati come compagni di viaggio colleghi di tutti i tipi, diversi per provenienza sociale, geografica e culturale. La loro compagnia, sia sui mezzi pubblici che in auto, mi ha permesso di sopportare anche piacevolmente chilometri, curve, tornanti, valichi, ghiaccio, neve e calura.

Ma alcuni… alcuni!!!

Alcuni hanno messo davvero a dura prova la mia palpebra e a volte, lo ammetto, dopo aver lottato tanto, ho ceduto a Morfeo.
Il pensiero in quei momenti andava ai loro studenti, con cui mi sentivo solidale, empatica… avrei voluto stringerli tutti, avrei voluto dire loro: “Coraggio! Ce la potete fare!”.

Ne ho avuta una che sapeva tutti i prezzi dei gomitoli di lana, dove fosse più conveniente comprarli, che differenza qualitativa ci fosse tra l’uno e l’altro e come fosse da non sottovalutare quanto “scarisse” ogni tipo di lana! Ne parlava per quasi un’ora.
Peccato che io non lavorassi a maglia.

Un’altra passava il tempo a spiegare quanto fossero essenziali le bomboniere in un matrimonio (lei le aveva volute scegliere utili, delle cornicette), quanto fossero fondamentali i segnaposto, quanto ci tenesse a indossare il giusto diadema da mettere in testa il giorno delle nozze e quanto fosse importante scegliere confetti misti per accontentare tutti gli invitati.
Peccato che io avessi scelto di convivere more uxorio.

Un altro si beava della sua perfetta conoscenza di mosche e vermi per la pesca, di quanto fosse importante slamare bene il pesce e di quanto potessero sembrare erroneamente identici a noi profani, i bigattini e i lombrichi di terra.
Peccato che io non amassi la pesca.

Un’altra invece, con cui ovviamente non c’è stato un secondo viaggio, aveva la deriva religiosa: prima di partire (ma con me in auto) e poco prima di arrivare a scuola, accostava su un lato della strada e si metteva a pregare snocciolando un’infinita quantità di santi di cui mi chiedevo come facesse a ricordare la sequenza, di fronte a due stampe plastificate di Gesù e Maria tirate fuori all’uopo dal cassetto.
Peccato che io ritenga la preghiera un fatto intimo e personale da non imporre certo al prossimo senza chiedergli se vuole partecipare.

Un’altra ancora mi spiegava con tranquillità quanto fossero fastidiose le ragadi al seno per via dell’allattamento, come se le non fosse bastato il dolore del parto con le relative implicazioni ovviamente spiegate in tutti i dettagli minuto per minuto fino ai punti di sutura finali.
Peccato che io non avessi figli.

Se sono sopravvissuta lo devo solo ai miei occhiali da sole, grandi e scuri.

…e ai colleghi con cui quasi mi dispiaceva che finisse il viaggio».

 

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