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Strumento e metodo: la stessa cosa?

Pubblicato il 1 novembre 2016 0

Ospitiamo con piacere l’interessante intervento di Manuela Fusco, logopedista ed educatrice professionale, riguardo ai disturbi di apprendimento.

«Potrei iniziare ricorrendo al dizionario di lingua italiana con la spiegazione letterale del termine STRUMENTO e del termine METODO. Però darei l’impressione di girare intorno a ciò che intendo qui esporre. Come premessa, vi spiego invece perché sento la necessità di parlare di questo argomento. Sono anni che mi dedico a tutto ciò che viene definito “disturbo di apprendimento”. Già la definizione mi piace poco o proprio per nulla. V’invito a fare come spesso chiedo ai bambini con cui ho a che fare: visualizzare un concetto astratto per dargli corpo oppure sostanza; quindi per dare concretezza a strutture verbali che rimangono inamovibili e parallele alla realtà delle cose, forse perché inventate per riempire quei vuoti che non ci permettono di capire e definire tutto quello che dobbiamo ancora conoscere e affrontare.

Chiudete allora gli occhi e immaginate lo gnomo che potrebbe per voi rappresentare fisicamente “il disturbo di apprendimento”!

Come lo immaginate? Grassoccio, oppure seccarello, con tanti capelli ricci, oppure calvo, sempre in movimento con tanti tic, oppure fermo e ritto in atteggiamento statuario?

Onestamente a me viene in mente l’immagine di uno gnomo con l’aria da sfigatello e mai e poi mai, lo assocerei a tutto ciò che ogni bambino sulla Terra può esternare o rappresentare!!!

Parto sempre dal presupposto che ogni bambino è sapiente, anche se ancora lattante! Dobbiamo noi adulti, ovvero, noi bambini che abbiamo già fatto le nostre esperienze e scoperte, insegnare “come si fa” a coloro che arrivano quaggiù dopo di noi perché questo è il nostro compito! Il metodo Montessori è un chiarissimo esempio: i bambini più grandicelli aiutano i più piccoli….

Si, siamo anche noi bambini a dispetto di cosa negli anni ci vogliono far invece credere gli acciacchi e le rughe!

Tutte le nostre sensazioni ed emozioni più profonde partono dal vissuto della nostra infanzia; così è per i fondamentali della conoscenza che poi negli anni ci permettono di sviluppare i nostri talenti o comunque capacità acquisite sempre più sviluppate.

Ogni volta che sono dovuta intervenire con la riabilitazione neurocognitiva in persona adulte e in là con gli anni, ho sempre ricevuto la conferma che per il recupero delle abilità acquisite nella vita (anche se siamo plurilaureati!) sarà bene ripartire dai fondamentali e in questi periodi in cui per esempio un adulto deve riprendere l’abilità verbale, concettuale, eccetera, sono presenti non solo regressioni che coinvolgono le abilità strumentali ma anche quelle della sfera emotiva e psicologica (infatti è solito dire: “si torna bambini”).

Questo per me significa solamente che dobbiamo avere sempre cura del bambino che c’è in noi poiché all’ occorrenza è da lì che noi poi recuperiamo le nostre vere risorse, a livello cognitivo, strumentale, emotivo e psicologico. Quindi, cosa c’è di meglio risvegliare il bambino che c’è in noi anche grazie al ruolo d’insegnante, educatore, terapista, genitore, eccetera? Questo non significa non dare poi a chi dobbiamo gestire e tutelare la nostra protezione, ma quante volte “facendo gli adulti” veramente sappiamo proteggerei bambini?

Vi racconto questo episodio. Ero appena arrivata in una scuola dell’Infanzia dove stavo svolgendo un progetto con una maestra. Nel frattempo, c’era un’altra insegnante tra l’altro molto giovane e laureata in Scienze dell’Educazione con opportune specializzazioni, master, eccetera, eccetera. Durante la mia attesa della sua collega, sono rimasta in classe e, gioco forza visto che mi trovavo lì, ho assistito a una sua “lezione di matematica” con bambini dai 3 ai 4 anni!

I bambini erano messi a sedere a cerchio su un tappeto e l’insegnante in mezzo, lanciava dei pezzettini di lego e questi dovevano non solo contarli a mente anche se il numero era superiore a 5 unità, ma anche calcolare sottrazioni e addizioni!!!

Questa “adulta responsabile” continuava ad accanirsi a scapito di una bimba di nemmeno 4 anni e che nemmeno riusciva a comprendere il comando verbale della sua maestra: “Aggiungi due lego rossi ai 4 lego blu. Sommali e in tutto il risultato è?” Logicamente sulle guance della povera piccola malcapitata, iniziarono a scendere dei lacrimoni da un litro cada uno, quanto era disperata e pure mortificata. Allora, non potendone più, dopo i 3000 input che verbalmente e gestualmente continuavo a inviare all’insegnante per invitarla a smettere con “l’infanticidio” in corso… ops! Ecco che è caduto rovinosamente sul pavimento un vaso di fiori dalla cattedra, con tanto di acqua dentro, quando maldestramente ci ho messo sopra la mia borsa! Ehh….può succedere, che volete fare?

Il momento di chiederle cosa le sia balenato per la testa poi l’ho avuto. Mi ha risposto: “Ho usato un metodo per i bambini con i lego, perché so che sono ancora piccoli!”.

Ah! Un metodo adeguato ai bambini in età prescolare, sarebbe nell’utilizzo dei lego, perché trattasi di oggetti che loro conoscono bene, visto che ci giocano spesso? Poi però non è dato sapere cosa si combini con i lego e quali obiettivi si vogliano raggiungere!

In questa ultima battuta è racchiuso il concetto base che intendo riuscire a esprimervi (cercherò di dirlo con parole mie!).

Quante volte insegnanti, dall’asilo nido fino alle scuole superiori (sono anche mamma e parlo anche per esperienza non professionale), mi hanno fatto chiaramente capire che per loro i termini METODO e STRUMENTO significano la medesima cosa?!

Oggi, c’è un proliferare di STRUMENTI al fine di presentare metodologie didattiche, educative e riabilitative più rispondenti alla struttura naturale dei bambini.

Tutto ciò è positivo, ma fin quando la nostra mente e il nostro sentire non cambia e soprattutto non abbiamo il coraggio di uscire dalla nostra “zona comfort”, possono anche rapirci gli alieni, per portarci poi nelle loro navicelle spaziali al fine di farci conoscere il nostro futuro con la loro tecnologia più avanzata. Però, se come ho già detto, rimaniamo fermi e rigidi nelle nostre posizioni, nessuno strumento ci permetterà di mettere in pratica nuovi metodi pedagogici, didattici e pure riabilitativi.

Non sono le lavagne interattive multimediali, o chissà cos’altro, a permettere all’insegnante di offrire maggiori stimoli agli studenti e questo sin dalla scuola dell’infanzia in poi; o comunque, non esiste nulla che porti innovazione e progresso se non lo sappiamo come usare! Soprattutto se non abbiamo le risorse interiori per strutturare prima di tutto in noi stessi un “nuovo sentire”; ma questo nuovo sentire non deve essere un progetto sempre più ingombrante per il nostro essere, basato su fredde statistiche che non hanno nulla a che vedere con il “nostro attuale momento” che stiamo vivendo assieme a un bambino. Non sono per rottamare vecchi sistemi con cui a volte alcuni insegnanti trasmettono solamente la loro stanchezza o per bocciare a priori quelli nuovi perché troppo tecnologici! Oggi però, sembra che l’accettazione di nuovi protocolli anche nel campo dell’insegnamento non offra la possibilità di metterci in gioco con le risorse più umane, come la capacità di adattamento, l’elasticità mentale e l’empatia, indispensabili per intuire subito con chi abbiamo a che fare a prescindere dei nuovi strumenti anche tecnologici che abbiamo a disposizione. Quando parlo di queste risorse prettamente umane, che dovrebbero essere innate, con atteggiamento un po’ critico, non mi rivolgo a priori a chi si rilassa un po’ adagiandosi sulla sua lunga esperienza (“…ho sempre fatto così!”) e nemmeno a chi ha ancora davanti una lunga strada da percorrere e dei “bonus errori” che per età gli sono ancora dovuti (“…all’ultimo corso di aggiornamento ho appreso che statisticamente il tale problema, grazie a questo nuovo software, si risolve almeno per l’88% dei casi …”).

Mi spavento ogni volta che sento dichiarare: “Con questo programma (attività col pc) si può fare solo così!” Allora in quei momenti mi chiedo: “Come posso trasferire al bambino appunto le risorse umane che ritengo primarie sopra ogni cosa, ma anche tutto il resto che emerge man mano che mi relaziono con lui? Devo fare solo cosa mi dice “uno stupido coso” che posso spegnere quando voglio?”. La medesima cosa avviene quando un metodo didattico non è mai stato modificato da un insegnante dall’inizio della sua carriera fino al pensionamento!!!

Per diversi anni ho seguito un neuropsichiatra che fra gli anni 80/90 era il primo in Italia, dopo una formazione in centri di riabilitazione in America, ad applicare la riabilitazione neurocognitiva con l’uso del pc; a quei tempi i programmi che usava erano registrati in cassette e non erano sofisticati a livello grafico come oggi (schede fisse in bianco e nero) e parlo di quando non c’era nemmeno Internet.

Mi spiegò che il computer, come la TV, canalizzando il campo visivo sul video, favorisce i tempi di attenzione rispetto invece all’uso di quaderni o di oggetti mobili per fare eseguire gli stessi esercizi finalizzati al controllo del contatto oculare e all’allungamento dei tempi di attenzione.

M’insegnò però anche questa regola fondamentale che ho fatto mia per tutti questi anni: “Se togli dal campo visivo ciò che per molti sono rinforzi ma in realtà vengono recepiti dalla persona che segui come distrattori, puoi anche utilizzare, per fare un semplice esempio, tre o più ciotoline disposte orizzontalmente davanti alla persona; metti parallele a queste dei sassolini o semi secchi di ceci oppure pasta secca, purché siano piccoli oggetti da prendere “a pinza” (pollice/indice). Facendo mettere in ogni singola ciotolina da sinistra a destra un oggetto alla volta, fai lavorare l’occhio, la mano e pure le aree prefrontali e frontali, per l’autocontrollo, i tempi di attenzione o comunque per tutte le funzioni esecutive”.

Mi ribadiva in continuazione questo mantra: “Ricorda, non è importante cosa usi per applicare un metodo più o meno valido; è come sai servirti di qualsiasi strumento, anche il più banale e arcaico, che ti consente di raggiungere gli obiettivi prefissati dalla tua programmazione!”.

Le risorse umane qui ricordate, ci permettono di utilizzare qualsiasi strumento con padronanza; sia un semplice pastello con un foglio bianco che un tablet, sempre per far dare sfogo all’intelligenza creativa dei bambini. Non ci dobbiamo precludere nulla, né il vecchio né il nuovo; l’importante è come si sanno usare tutti gli strumenti a disposizione! Questo è il principio del METODO!

Chi è Manuela Fusco

A metà anni degli anni ’80 si è specializzata come logopedista e successivamente come educatore professionale. «Si studiava anche operando “sul campo” pure strutturando materiale di valutazione (per gli screening “di entrata e di uscita”) e lo stesso materiale riabilitativo, con l’intenzione di agire su persone (bambini e pure adulti) con deficit sensoriali, strumentali e/o cognitivi – spiega lei stessa – Ci mettevamo veramente “in gioco” nei centri riabilitativi e pure nei Centri diurni! In pratica, ci “sporcavamo le mani”, come si dice in gergo, perché senza la pratica non presentavamo poi presunte teorie metodologiche. La mia prima esperienza logopedica per affrontare i problemi nella fascia dell’età evolutiva, l’ho avuta nelle scuole dell’ex materna fino all’ex elementare, perché la ex Provincia di Gorizia insediava noi logopediste nelle strutture scolastiche, con tanto di stanza per eseguire la nostra attività con la stretta collaborazione degli insegnanti. In pratica, accordandoci con gli insegnanti, s’interveniva sui bambini che dovevano una o due volte la settimana eseguire gli esercizi logopedici per ritardo del linguaggio o per problemi di apprendimento, eccetera; oppure, nelle classi prime si collaborava direttamente in aula con gli insegnanti per avviare le basi per la letto scrittura, lavorando anche sulla percezione e produzione fonemica e non solo sui grafemi, eccetera. Con questo imprinting poi ho proseguito nel mio percorso professionale, pur negli anni seguendo aggiornamenti, formazioni varie, eccetera. Gli stessi fondamentali che però ho acquisito sin dai “miei primi passi” per intervenire su bambini, ragazzi e adulti con fragilità di diverso tipo, o con innate strategie personali in più per apprendere, non mi hanno mai fatto scendere a compromessi e “cantare fuori dal coro” a volte non paga. Ma non importa, perché l’ennesimo bambino che dopo anni incontro per caso (il caso non esiste!) e mi saluta raggiante perché si è appena laureato, ricordandomi il periodo delle diagnosi di disturbi di apprendimento di natura neurologica, quindi, mi ripaga di ogni cosa! Soprattutto se il bambino in questione ha scelto il campo dell’insegnamento e mi dice che il materiale che utilizzavo con lui lo usa anche per i bambini che ha iniziato a seguire. Bello, eh?».

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