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Massaro: «Portare la scuola fuori»

Pubblicato il 26 maggio 2020 0

L’intervento di Filomena Massaro, dirigente dell’IC 12 di Bologna, capofila della Rete nazionale di scuole pubbliche che praticano l’Educazione all’aperto.

«Come donne e uomini di scuola, in questi mesi siamo passati attraverso molteplici sensazioni ed emozioni: inizialmente attoniti, smarriti e increduli come credo tutti, rispetto a quanto stava accadendo nelle nostre città, paesi, case e di come la vita quotidiana con le sue routine si fosse improvvisamente spezzata a causa del Covid. Abbiamo avuto, come molti, un iniziale senso di spaesamento, che, in breve, si è tradotto nell’impulso di dover cercare e trovare forme e modi per contattare alunne e alunni e per non spezzare del tutto il filo di un percorso intrapreso e poi bruscamente interrotto, lasciando ciascuno di noi nel chiuso delle proprie case.

Così è iniziata l’avventura, complessa ma non banale, dell’uso delle tecnologie: anzitutto per continuare a parlarsi, a comunicare, a tentare di ricomporre almeno in parte i frammenti di quelle esperienze didattiche vissute intensamente e poi improvvisamente interrotte, pur consapevoli di una dimensione nuova da sperimentare: provare a far lezione stando lontani, a dare senso e significato a piccoli passi per i quali il sostegno e l’aiuto sembrano venire dall’iperuranio, così è sembrata la distanza, e non solo alle piccole menti. Per bambine e bambini della scuola primaria è stato un passaggio duro, ma comunque utile, anzi indispensabile, per non disperdersi completamente nei flutti di quel tempo sospeso. E altrettanto è avvenuto per le piccolissime e i piccolissimi della scuola d’infanzia, con la richiesta alle famiglie di diventare “complici” per tenere saldo il legame con chi, ogni mattina, li attendeva per quello scambio di affidamento e di cura ora interrotto.

Il fare per imparare ha assunto caratteristiche necessariamente casalinghe, il fuori è diventato oggetto dell’osservazione dalla finestra di casa, ma anche una dimensione onirica, a cui affidarsi in un dentro/fuori tutto da riconquistare al termine del confinamento.

E poi è arrivato il momento di fermarsi a riflettere, a pensare, a confrontarci, in quanto Rete di scuole che praticano l’educazione all’aperto, sulla nostra proposta del “fare scuola” prima del Covid-19 e di come sarà ridefinita ora, sulla base dei limiti che nuovi protocolli nazionali e territoriali ci imporranno.

La didattica a distanza è stata una necessità, praticata, in modo più o meno esperto, in tutte le realtà, con la volontà di provare comunque a far scuola ed a mantenere viva l’idea di comunità. Sta lasciando anche qualche germe positivo, soprattutto per alcuni aspetti della didattica con i “grandi” e certo ci ha insegnato molte cose che potranno diventare frutti, ma se li coltiveremo nel terreno degli spazi riconquistati delle nostre realtà scolastiche. Impossibile per noi pensare che la didattica a distanza per i bambini fino ai 10/11 anni possa risultare in qualche modo alternativa passabile sul piano educativo e didattico, una sostituzione a parti del fare scuola in presenza: è stato e, speriamo non serva, potrà ancora essere niente più che un surrogato per i momenti difficili, in cui l’alternativa sia il nulla.

Per l’atteso rientro sarà necessario per tutti i docenti ridefinire gli spazi dell’insegnare/apprendere, ma anche i tempi, ripensando metodologie e contenuti, svincolandosi maggiormente da rigide scansioni temporali.

Pensiamo quindi che la ripartenza, per tutti, non potrà fare a meno di considerare i fondamenti della proposta della nostra Rete, perchè sarà molto importante permettere ai bambini di recuperare una relazione con le cose e con il mondo per alimentare la relazione con il sé, dopo tanti giorni di confinamento sociale

Portare la scuola fuori scardina l’idea che il luogo deputato all’apprendimento sia l’aula. Dentro e fuori diventano un contesto unico di apprendimento, dunque anche gli spazi interni vanno attrezzati. Mentre quelli fuori necessitano di sedute con tronchi di legno o teloni, per esempio. Alle insegnanti è richiesta flessibilità: non si parte quasi mai dai libri di testo, ma dall’osservazione, il tempo di apprendimento è lento e molto dipende da come reagiscono i bambini, il flusso tra insegnare e apprendere è continuo.

L’esperienza della Rete Nazionale delle Scuole Pubbliche che promuovono l’Educazione all’aperto è partita da qui, da un’idea complessiva di scuola che riesca a mettere al centro la qualità della vita dei bambini e delle bambine e degli insegnanti senza dimenticare la qualità degli apprendimenti.

Oggi più di ieri evidenziamo che portare la scuola ‘fuori’, scardinando l’idea che il luogo deputato all’apprendimento sia l’aula, induce a tante riflessioni sul dove e sul quando, ma anche sul come. L’immersione in un ambiente esterno, a partire da quello naturale di un parco o giardino, ma non solo, coinvolge insegnanti e bambini in un contesto meno lineare, sicuramente più complesso rispetto all’aula, favorendo l’approccio interdisciplinare: dentro e fuori come unico ambiente di apprendimento, da cui attingere stimoli sulla base di una programmazione che definisca di volta in volta quale contesto sia più adatto ad una specifica azione educativa del processo formativo.

Educare all’aperto non è e non sarà solo fare educazione ambientale, è e sarà educare alla sostenibilità e alla cittadinanza in tutte le sue declinazioni, è e sarà studiare l’ambiente naturale e quello antropico, è e sarà fare esperienze dirette del mondo che ci circonda, dai cortili scolastici al proprio paese o città fino ad altre realtà più lontane, sempre attraverso l’esperienza diretta e usando tutti i sensi.

Non basterà dunque organizzare i gruppi di apprendimento e di studio in luoghi aperti per praticare l’Educazione all’aperto.

Servirà che molte altre scuole nel nostro Paese scoprano che per apprendimenti significativi un banco e un libro sono importanti ma non bastano».

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